Testimonianze edite


La Resistenza a Bologna - Testimonianze e documenti - Vol V. p. 319

Giovanni Marchesi
Nato a Sasso Marconi nel 1904. Custode di Villa Colle Ameno. (1974). Risiede a Sasso-Marconi.

Molti rastrellati di Marzabotto furono portati dai tedeschi a Villa Colle Ameno, dove abitavo. Un sergente prendeva in consegna questi rastrellati e poi ordinava di farli proseguire per l'ospedale. Mi capitò, andando in giro per il giardino e nei pressi della villa, di vedere grandi buche colmate di fresco, con la terra ancora smossa. Lo dissi al sergente e lui rispose con un segno di croce in direzione delle buche, il che mi fece capire qual'era l'« ospedale » dove egli diceva che mandava i rastrellati. L'eccidio fu fatto — ma lo seppi dopo — il 18 ottobre 1944.
Dopo la liberazione nelle buche furono trovati i resti di diciannove persone.

Qui a Villa Colle Ameno c'è una piccola cappella di stile barocco. Chi se ne intende, dice ch'è un'opera d'arte. Tra le belle cose da vedere, ci sono delle statue di santi, in legno, fatte dal Piò, uno scultore di Bologna. Le ho sentite lodare molto dai visitatori, per come sono fatte e per i magnifici colori. Un giorno il sergente ed i suoi camerati nazisti, portarono fuori le statue, le allinearono contro il muro e le « fucilarono ». Tutto in piena regola, col plotone d'esecuzione schierato ed il sergente che dava i comandi. Poi presero le due grandi statue di cera, che rappresentavano, in grandezza naturale, il « fattore » e la « zdaura » e che erano poste in due nicchie situate l'una dirimpetto all'altra, nel salone della villa, e le impiccarono. La statua della «zdaura» l'appesero poi al voltone dell'entrata e da lontano sembrava una persona vera. Ricordo che alcuni soldati tedeschi si erano vestiti con paramenti sacri trovati nella cappella e facevano i buffoni. Rubarono anche tutto ciò che poterono e rovistarono persino dentro alla tomba della famiglia Rizzi e certamente i danni sono stati notevoli perché Colle Ameno, detta anche « Villa dei Ghisilieri », era stata famosa nel 1700 perché c'era una fabbrica di maioliche pregiate. Io decisi di andare via con la famiglia e, al ritorno, dopo la liberazione, mi accorsi che durante la nostra assenza avevano trasformato le cantine di Villa Colle Ameno in un luogo di concentramento. Di là dentro debbono essere passate centinaia di persone. Vi fu un momento che dentro gli scantinati ce n'erano ammassate più di quattrocento. Lo si vede dalle iscrizioni sui muri. Ve ne sono una quantità. Sono a gruppi. Ogni gruppo raccoglie le firme di gente dello stesso paese, o frazione o case. C'è la data d'arrivo, in alcune anche quella della partenza. Ma in molte la data di partenza non c'è. Forse non ebbero tempo di scriverla. C'è una di quelle iscrizioni che mi ha fatto proprio commuovere. È isolata dalle altre, non c'è data, né firma, solo una frase: «Con sommo rammarico ». I tedeschi restarono a Colle Ameno dal 6 ottobre al 24 dicembre 1944. In quei mesi la Villa di Colle Ameno era loro servita anche come campo di smistamento di prigionieri verso i Lager della Germania.

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R.Giorgi, Sasso Marconi, cronache di allora e di dopo, Ape, Bologna, 1976, pp. 66-70

Il nostro «lager» del Ghisiliere

Pedalava lentamente, presso casa, nella penombra ormai fredda della sera che calava, pedalava piano e faceva il consuntivo di quella giornata decisamente «no», o meglio - con scarsa condiscendenza verso se stessa - che lei si accusava di aver condotto in modo no. Non poteva riversarne la colpa su quel Thackeray di cui ancora intravedeva il dorso tra le maglie della retina appesa al manubrio, il «Libro degli Snob» non aveva colpa. Non era, stato per snobismo, piuttosto per un sentimento romantico, per curiosità giovanile e per naturale forte attaccamento a quanto sentiva suo, materialmente e nel campo degli affetti. Era partita, quella mattina, verso Pontecchio, alla ricerca del suo pianoforte a coda che si diceva finito a villa Mezzana e per vedere cosa accadeva al «Palazzo» - una vecchia casa contadina del XV secolo restaurata dalla sua famiglia ed adattata a sede di campagna. Una gita o spedizione avventata - a quei tempi solo la necessità doveva indurre a lasciare i luoghi sicuri - lo capiva adesso, e che l’aveva condotta pari pari davanti a quell’odioso ufficiale nazista che la fissava facendola sentire a disagio, come avesse da farle proposte male accette e schifose: senza poi contare la grande paura passata. Era stata lei a domandare che la portassero dal capitano, dopo che con modi bruschi l’avevano spinta in uno stanzone del pianterreno, in mezzo ad una trentina e più di rastrellati che si lamentavano e parlottavano con fosche previsioni sul loro futuro.

Girando il capo, si accorse che da una finestrina scorgeva la sua bicicletta appoggiata ad un muro, e pendente dal manubrio, la reticella con dentro cinque-sei volumi, appunto Thackeray, Dickens, un paio di Shakespeare, tutti in lingua inglese. Se se ne fossero accorti, per lei non poteva finir bene. «Nella migliore delle ipotesi, a pelar patate in Germania, e forse peggio!» pensava Camilla Malvasia sempre con gli occhi sulla bicicletta. E rifletteva anche sulla avventatezza di quella gita. Nel semibuio della stanza, ad un tratto, facendosi largo tra i rastrellati, era emersa una faccia patibolare - giudicò un sott’ufficiale - che la investì con voce raschiante accusandola di aver portato un messaggio ai Partigiani, perché transitata una prima volta dal posto di blocco della Porrettana sulla salita di Colle Ameno all’altezza del Ghisiliere - non era ripassata di lì al ritorno. Lei s’era imposta di non far apparire la sua paura, avendo sentito raccontare che i nazisti conveniva affrontarli con una certa fermezza. Parlava tedesco, ed anzi la paura le faceva parlare un tedesco come non aveva mai parlato. Affrontò il sott’ufficiale - seppe in seguito che si trattava di Fritz, il sergente Fritz resosi tristemente noto nella zona per le sue imprese feroci e disumane - meglio, l’aveva quasi aggredito: «Con lei non parlo. Parlerò solo con l’ufficiale. Mi chiami subito il capitano!». Dopo un certo battibecco aveva ceduto ed era andato a chiamare l’ufficiale, che venne lì. Aveva trascorso quel breve intervallo sempre fissando di là dalla finestra la bicicletta e quei libri, ora veramente come una bomba, dentro la reticella. L’ufficiale alla vista appariva più abbordabile e morbido, anzi troppo morbido - che non escludeva che fosse feroce, visto il reparto che comandava. Comunque, ebbe la sensazione che parlando con lui se la sarebbe cavata. Le aveva subito contestato di essere passata, senza poi farsi rivedere al ritorno, al posto di blocco. Lei aveva detto le sue ragioni ed alla fine s’era lasciato convincere, meglio, capì che non era del tutto convinto e non le credeva, ma le donava la libertà, forse perché la guerra per loro andava male, forse perché lei parlava tedesco, forse per l’avvenenza notevole di quella ragazza alta ed altera - tanto più bella sotto lo stimolo della rabbia mal contenuta, anche se i tratti del volto erano in parte nascosti dal grande fazzoletto annodato sotto la gola, forse, - e questa le sembrò la causa di maggior peso da cui si sentiva offesa e sporcata - per i pensieri, da lei donna intuiti, fatti sul suo conto e che le pareva di leggere in quegli occhi avidi, fissi sulla sua persona. Finalmente messa in libertà, quando appoggiò la mano sul manubrio della bicicletta, il metallo freddo per il contatto dell’aria di fine novembre, le comunicò un brivido che la fece sussultare.

Camminò - o credette di farlo - a passo normale. Sotto il voltone si accorse che l’impiccata che vi pendeva in mezzo, mossa dall’aria, non era un essere umano ma la statua di cera della «zdoura» - della massaia - che faceva il paio con quella del massaro, in due nicchie dirimpettaie tra gli arazzi e gli affreschi nel sontuoso regale salone del palazzo settecentesco. Da bambina, aveva tante volte desiderato giocare con quelle che lei considerava bambole di grandezza naturale. Sulla Porrettana, finalmente era potuta montare in sella e spingere per quanto le consentivano le gambe, fatte molli dalla brutta avventura. La mattina era partita con gioia, profittando del sole del tardo autunno. Forse il pianoforte era stato una scusa, lei a Pontecchio, al Palazzo, c’era sempre andata volentieri, fin da bambina, ed anche ora - tornati i suoi a Bologna per ragioni di sicurezza - di quando in quando ci faceva una visita. Verso la metà di settembre di quell’anno erano arrivati i nazisti, prima un reparto di collegamento - il fronte era ancora lontano - poi un gruppetto di SS che s’erano trascinati dietro alcune donne dalla Toscana. Lei aveva aiutato la famiglia a sgomberare, poi era tornata con una ragazza al Palazzo fino in ottobre, quando le SS che avevano preteso il suo letto per dormirci con le loro donne, l’avevano costretta a raggiungere la famiglia a Bologna. Se le tornava in mente quello sgombero con un carro agricolo tirato da un paio di buoi, le veniva da ridere a pensare quanto doveva essere buffa lei che guidava buoi carro e masserizie giù per via dell’Indipendenza. Di quel breve periodo passato con le SS al Palazzo, il ricordo più vivido - dopo quello delle giovani donne toscane - era di un soldatino nazista - ancora un ragazzo - capitato lì disperso: piangeva perché non presentandosi rischiava di essere dichiarato disertore e se andava da solo alla ricerca del suo reparto, i Partigiani l’avrebbero fatto fuori. Tra questi pensieri era arrivata sulla salita di Colle Ameno dove alcuni militari del Sicher Dienst - la polizia dell’esercito nazista che in fatto di ferocia godeva fama di essere la peggiore - l’avevano bloccata ed interrogata con insistenza, per sapere dove andava ed a fare cosa: aveva detto del suo pianoforte, e consultatisi tra loro, l’avevano lasciata passare. Poco dopo - attraverso il grande castagneto che la incantava sempre ogni volta che lo attraversava - era arrivata a Villa Mezzana, per costruire la quale, come dice la «Guida del Comune di Sasso Marconi» (Giorgio Bertocchi, Guida del Comune di Sasso Marconi, Atesa ed., Bologna,1974) «... due colline furono spianate nel sec. XVII ... e arricchita nel secolo successivo da tempere dei pittori Martinelli e Fancelli ...».

Anche a villa Mezzana trovò le SS ed un ufficiale aveva posto il suo comando nella biblioteca. In quelle stanze ed in quel parco lei aveva trascorso molti anni della sua infanzia, perché allora la villa apparteneva alla sua nonna materna, una cantante ungherese a quei tempi famosa in tutto il mondo. Si guardava intorno curiosa e commossa, del suo pianoforte neppure l’ombra, ma sugli scaffali tanti libri, nella identica posizione di allora, quando li aveva letti: ne sfogliò alcuni, e dentro vide subito lo stampino col nome di quella nonna favolosa «Etelka Gester». Lo disse con l’ufficiale e gli chiese di prenderne alcuni. Rispose a voce sommessa, senza levare gli occhi dalle sue carte sul tavolo: «Alles kaputl Andrà tutto distrutto, non rimarrà nulla; prenda pure. Kaput! Alles kaput!» ripeteva come una nenia. Si augurò ,che fosse cattivo profeta, e per fortuna lo fu. Nella, reticella pendente dal manubrio, erano finiti Trackeray, Dickens, Shakespeare, tutte opere scritte in lingua inglese. Uscita da villa Mezzana, - e qui aveva compiuto la seconda azione avventata di quel giorno - s’era lasciata sedurre dal gran sole e s’era messa per i sentieri del monte, per raggiungere il «Palazzo», una mezz’ora circa di cammino. Al Palazzo, le solite SS con le solite ragazze. Poi, - terza leggerezza della giornata - per tornare a Bologna aveva fatto una scorciatoia che dava sulla Porrettana schivando Colle Ameno ed il Ghisiliere. Alla Pila, due nazisti giovanissimi e biondi, l’avevano bloccata con i mitra spianati e l’avevano costretta a tornare al Ghisiliere, a piedi con la bicicletta spinta a mano e la reticella con i libri inglesi pendente dal manubrio. Non erano entrati dall’ingresso principale: meglio così, aveva pensato, apparendole agghiacciante di lontano la vista di un’impiccata pendente dal voltone, mossa dalla brezza che veniva dal Reno: visione sinistra per lei in quel momento prigioniera dei nazisti e per chiunque altro mettesse piede o transitasse sulla via Porrettana presso il «lager» del Ghisiliere di Colle Ameno. Nessun sentimento o stato d’animo particolare - come quello che aveva fatto finire al Ghisiliere di Colle Ameno Camilla Malvasia - indussero Giorgio Mignani a lasciare la famiglia, sfollata o meglio cacciata a Bologna città aperta dai nazisti, e tornare a Sasso Marconi ai primi di dicembre del 1944. Andava ai Borghetti - in compagnia di due ragazze - per recuperare del grano nascosto da una cugina della sua fidanzata. Sulla salita di Colle Ameno un nazista - al posto di blocco - con un «raus» perentorio aveva disperso fidanzata e cugina, senza tener conto delle loro lacrime e lamenti e catturato Giorgio Mignani, lo aveva spedito, mitra alle reni, nelle cantine del Ghisiliere. Di lì a pochissimi minuti - quando ancora non aveva ben compreso quello che gli era accaduto - s’era ritrovato a lustrare - con panno crema nera e olio di gomito - dieci paia di stivali e di cinturoni. In quella cantina per prima cosa aveva sentito mormorare «Ieri ne hanno uccisi due!». Tanto era frastornato e tutto pareva così irreale, che non provò meraviglia alcuna nell’incontrare per primo, dentro alla cantina, un cinese che di solito vedeva vendere cravatte per le vie di Bologna.

Un giorno poi portarono dentro anche due prigionieri americani, ma subito li avevano trasferiti altrove. Dovette stare a Colle Ameno una ventina di giorni, fino all’antivigilia di Natale, quando, al terzo tentativo, gli era riuscito di evadere. Non si trattava delle cantine del palazzo, ma di una costruzione a lato, probabilmente usata nei secoli passati per stalle, depositi o abitazione dei coloni. In tre vani di grandezza diseguale, non troppo ampi, erano quel giorno ammucchiati settanta-ottanta rastrellati, e molti dovevano dormire seduti: si sentì un privilegiato perché gli era riuscito di accaparrarsi una rete da letto, sulla quale per altro dormivano in tre. Questi rastrellati erano di provenienze varie, del Sasso aveva ritrovato Galli delle Lagune, Zocca Adelmo, Stanzani - sempre elegante, anche in quel luogo ed in quelle condizioni e che gli dormiva sui piedi, in fondo alla rete - Artemio Pellegrini, al quale i nazisti facevano esercitare il suo mestiere, cioè il barbiere, Stefano, il contadino dei Borghetti, che distribuiva il rancio ed a lui dava razione doppia. Queste, ed altre, le persone che allora vide a Colle Ameno durante i giorni di sua permanenza colà, molte e molte altre c’erano passate e più passarono dopo la sua evasione. Al Ghisiliere, la giornata aveva inizio all’alba, alle urla dell’interprete o degli ultimi di guardia: impianti igienici non esistevano ed ognuno si arrangiava come poteva, magari il grasso dello sporco proteggeva un poco dal freddo, visto che coperte non ne davano e quasi nessuno aveva pastrano o capparella, né c’era paglia da buttarsi addosso, e tanto meno riscaldamento. Seguiva la distribuzione di una broda grigia fatta di verdura erba e qualche poco di riso e di una fettina di pane di circa venti grammi. Ciascuno doveva procurarsi il recipiente per la broda, di solito un bussolotto di conserva vuoto, razzolato tra le immondizie. Poi li facevano mettere in cerchio e sceglievano quelli da mandare al lavoro, a scavare buche e trincee ed a recuperare cibo e materiale vario. La sera, chi era stato al lavoro, portava frutta vino ed anche pane, se ne aveva trovato. Al calare del buio, dormivano.

Il servizio di guardia notturna - escogitato dal sergente Fritz - veniva fatto dai rastrellati stessi, in turni di due ore per due ore, con responsabilità diretta per loro, se qualcuno scappava. Parlando tra loro, i prigionieri raccontavano di uno che con dieci bottiglie di cognac date a Fritz, era riuscito a farsi liberare. Una decina di soldati componevano il reparto nazista, comandati da Fritz, un tipo sadico con una gamba rigida, gran bastonatore, rapace ed imprevedibile. Dopo qualche giorno Giorgio Mignani e Rossi, di guardia assieme, avevano deciso di evadere, considerato anche che cadendo su loro stessi la responsabilità dell’evasione, nessuno avrebbe subito rappresaglie. Non ce l’avevano fatta, e così la seconda volta. Al terzo tentativo, messo a lavorare da vetraio, di giorno, gli era stato possibile fare quanto di notte non aveva avuto buon esito: allontanatosi in un momento di distrazione della sentinella nazista, s’era fermato solamente a Bologna, a casa. Ebbe così fine anche il timore che, i suoi carcerieri scoprissero - per malaugurata coincidenza - o venissero a sapere - per la solita spiata maledetta - del suo antifascismo, - mai infatti aveva avuto la tessera del Fascio - e del suo essersi adoperato per la Resistenza dopo l’8 settembre 1943, delle armi abbandonate da un reparto del 6° Genio di stanza a Ponte Albano da lui raccolte, nascoste sotto certe fascine, passandone parola a Giuseppe Rizzi ch’era venuto a ritirarle col «Santa Justa», il dott. Pino Nucci. Anche della pistola, una Berretta 7,5 datagli da Giuseppe Rossi, dopo qualche mese consegnata ad una signora di Bologna sfollata al Sasso, che se l’era nascosta in seno per portarla ai Partigiani.

* * * Se Giorgio Mignani - classe 1917 - era un uomo giovane, Artemio Pellegrini - classe 1896 - aveva fatto la Grande Guerra sull’Isonzo e sul Grappa, gravemente ferito con oltre un anno di convalescenza. Non aveva nessuna simpatia per quegli individui, per la duplice ragione ch’erano nazisti e che erano tedeschi, i nemici di allora. Suo padre era campanaro della chiesa di Monte San Pietro e mezzadro di un piccolo podere annesso. Il fatto che il padrone fosse un prete, non attenuava il sistema di sfruttamento, ed il cibo normale in casa era polenta e aringhe, il pane per Natale e la festa della Parrocchia. Il padre, aderente al Partito Popolare, era avverso al Fascismo, e forse l’ombra della chiesa - quantunque non facesse mistero delle sue idee - lo aveva protetto dalle molestie e dalle rappresaglie più pesanti delle squadracce. Anche Artemio - che aveva cominciato a lavorare nei campi a dieci anni per poi farsi barbiere - non aveva mai voluto la tessera del Fascio, con tutte le conseguenze del caso. Nel 1930, traslocato nel comune di Sasso Marconi, aveva aperto bottega in zona Tripoli della frazione San Lorenzo, subendo spesso intimidazioni e boicottaggi vari. Nel novembre 1944 - quando già la famiglia era sfollata a Bologna - avendo deciso di raggiungerla, a piedi s’era avviato per la Porrettana. In località Colle Ameno - al solito posto di blocco - l’avevano fatto prigioniero e buttato in fondo ad una cantina, dove già erano quaranta-cinquanta rastrellati. Avendo con sé gli arnesi da barbiere, un conoscente gli aveva domandato di fargli la barba, il che vedendo, il Maresciallo disse (è da credere si trattasse di Fritz, scambiato per un Maresciallo) «Tu dopo finito vieni da me». Era andato e l’altro ancora aveva detto: «Tu stai con noi» e per due mesi aveva fatto il barbiere a quelli del «Sicher Dienst» di Colle Ameno, fino al Natale del 1944. Il suo trattamento risultò migliore di quello degli altri rastrellati, gli avevano assegnato una stanzetta riscaldata e mangiava il vitto dei nazisti. Naturalmente ebbe modo di vedere molte delle cose che vi accadevano. Colle Ameno in realtà funzionava da campo di decentramento per rastrellati ritenuti Partigiani o comunque gente valida da inviare al lavoro in Germania. Ogni pochi giorni un certo numero di prigionieri era avviato a piedi a Casalecchio di Reno, fatti salire in treno ed indirizzati, si diceva, a Fossoli di Carpi, e di là in Germania. A Colle Ameno chi era partito, veniva immediatamente rimpiazzato da altri rastrellati in giro. Prima di incolonnarli a piedi sulla Porrettana, le SS operavano sempre una scelta, una selezione, ed i deboli i feriti i malandati, fatti uscire dal gruppo, scortati da tre-quattro armati, dicevano di portarli all’ospedale militare allestito dai nazisti a Palazzo Rossi, un cinque-seicento metri in linea d’aria dal Ghisiliere. Pochi minuti dopo - di solito non oltre cinque minuti - che questi prigionieri erano stati avviati verso Palazzo Rossi, Artemio Pellegrini più di una volta aveva sentito una scarica di armi da fuoco, e subito i militari di scorta riapparivano al Colle Ameno senza i prigionieri

* * * Di quel drappello infame del «Sichel Dienst» il più infame era il sergente maggiore Fritz, dalla gamba stecchita. Picchiava con gusto instancabile, la sola sua voce, raschiante e stentorea insieme, provocava paura e disagio fisico. Organizzava di frequente gare di tiro al bersaglio col fucile contro le campane della chiesetta in fondo al prato. Un giorno ch’era di guardia sulla Porrettana, d’in cima la salita veniva avanti uno, sopra un cavallo di manto nero lucido, la testa alta e superba, scalpitava e scartava di continuo, il cavaliere lo reggeva a fatica, tanto bello da sembrare irreale e fuori del tempo, in quel momento ed in quella parte del mondo. Quale colloquio si sia svolto quel giorno tra il sergente maggiore Fritz ed il cavaliere sulla salita di Colle Ameno, nessuno mai saprà, si sa solamente che ad un tratto Fritz, con una raffica di mitra disarcionato il cavaliere in mezzo alla strada, s’era preso il cavallo. Il fatto non suscitò gran pena in quel momento, sia perché la zona era spopolata sia perché - pur potendosi affermare che il senso della pietà s’era affievolito tra la gente - s’era sparsa la notizia, che l’uomo sul cavallo era un fascista, quindi non si pensò «Purtroppo un morto in più», ma «Meglio, un fascista di meno». E’ certo che non si trattava di persona del luogo. In seguito poi si seppe ch’era un non meglio conosciuto Loiacono, pare di professione baritono, unito con una donna che abitava in Campescolo, presso Sasso Marconi e che con i fascisti non aveva nulla a che fare. E si ebbe, pur postumo, ed ha ancor oggi, presso questa gente, il suo tributo di pietà. Artemio Pellegrini aveva anche sentito dire di un certo Bruno - un giovanotto alto e forte di venticinque anni - obbligato a scavarsi la fossa, legato ad una seggiola e sepolto vivo. Dopo la Liberazione, nell’estate del 1945, il suo scheletro era stato trovato sepolto nel cortile, ancora legato alla sedia. Onestamente, Artemio Pellegrini dice di non essere stato presente al fatto o comunque averlo visto con i suoi occhi. Artemio Pellegrini venne liberato il giorno di Natale del 1944. * * *

Il Partigiano Silvio Cevenini, un mese circa dopo la Liberazione, con Guido Bertacchi - allora Sindaco di Sasso Marconi -, Giovanni Marchesi, Alberto Ventura ed altri, erano andati al Colle Ameno ad aprire le buche e dissotterrare i fucilati. Nel prato a Sud della villa Ghisiliere, di fianco ad una pozza d’acqua dopo un mezzo metro circa di scavo in terreno non rassodato, avevano rinvenuto un cadavere legato ad una seggiola, in posizione come quando uno è seduto, le mani legate ai fianchi della sedia ed una corda che immobilizzava le gambe. Lo scheletro, integro, non presentava fori né fratture. Si diceva che l’avevano sepolto vivo, lo dissero subito quei pochi ch’erano rimasti nella zona quasi del tutto spopolata, dopo che i nazisti, per tener sgombero il loro fronte da presenze non desiderate, avevano cacciato la popolazione. Nessuno, al di fuori dei suoi aguzzini ormai lontani e scomparsi, poteva testimoniare del suo ultimo grido soffocato dalla badilata di terra e del suo sguardo disperato per implorare pietà. Lo riconobbero i familiari, dai vestiti. Era un cugino di Silvio Cevenini, di trentasette anni, mugnaio di casa «Le Lastre», ucciso perché non aveva saputo non

Quel giorno di novembre del 1944, spingendo a mano la bicicletta su per la salita, Ilario Venturi andava verso casa. Tra il cimitero di Pontecchio e «Le Lastre», sopraggiunto improvviso un forte bombardamento aereo Alleato, un nazista ferito si lamentava e guaiva sulla riva del fosso. Alcuni altri soldati si accingevano a soccorrerlo mentre il mugnaio delle «Lastre» passava, e vide, fissò la scena più a lungo di quanto - secondo loro - si doveva, ma soprattutto, pare gli sfuggisse una smorfia o un sorriso od una qualche alterazione del volto: forse non aveva saputo nascondere di aver constatato che anche loro, gli invincibili, quelli della razza eletta, a colpirli buttavano sangue e soffrivano come tutti. L’avevano preso, portato al lager del Ghisiliere di Colle Ameno e consegnato a Fritz. Venne trattato a calci, fin ch’era restato a terra come morto. Si muoveva ancora quando legato alla seggiola venne sepolto nel cortile. Questa, tra le varie, pare la versione più attendibile, ma oltre quella di Artemio Pellegrini che riferisce di un non meglio identificato Bruno di venticinque armi, alto e forte e quella di Silvio Cevenini che parla di uno di trentasette anni, mugnaio delle «Lastre», esiste una terza voce sul sepolto vivo, un terzo nome: Ferruccio Caschi di anni diciassette, un ragazzo di Casa Sagittario di Pontecchio. Ma si è appurato che questo ragazzo venne fucilato, da Fritz. Non stupisca la difficoltà e forse l’impossibilità di dare un nome a quello scheletro: ciò testimonia di quei tempi, di allora, quando da un momento all’altro un essere umano poteva perdere tutto, la vita ed anche l’identità, e scomparire per sempre. Tanti, in quei giorni, d’improvviso rastrellati su una strada, caricati sopra un vagone, finivano, senza mai più poter dare notizia di sé, in un lager lontano della Germania o della Polonia. Non è da stupirsi se poi, a distanza di mesi, i parenti credevano di riconoscerlo in uno scheletro dissepolto da un campo o dentro un fosso. Del resto, non è potenza in terra né in altro luogo che possa negare che nell’estate 1945 nel prato Sud del Ghisiliere di Colle Ameno, venne dissepolto uno scheletro seduto e legato mani e piedi ad una seggiola. Ancora una testimonianza, presa dal libro «Marzabotto parla» di Renato Giorgi (Coop. La Squilla ed., Bologna,1974). Vi si legge a pag. 115: «Il 18 ottobre a Colle Ameno cadono sotto il piombo della gendarmeria nazista Leone Bonetti, Roberto Mattarozzi, Lodovico Vicinelli, lonio Rubini, Pietro Beccari, Gaetano Lazzari ed altri, tutti in precedenza rastrellati a Marzabotto e Lama di Reno per essere mandati in Germania».

Riferisce Giovanni Marchesi - custode di villa Ghisiliere di Colle Ameno: «Parecchi rastrellati furono da militari tedeschi portati a Villa Colle Ameno, dove abitavo. Un sergente prendeva in consegna questi rastrellati e poi ordinava di farli proseguire per l’ospedale. Mi capitò, andando per il giardino e nei pressi della villa, di veder grandi buche colmate di fresco, con la terra ancora smossa. Ne chiesi conto al sergente, e questi rispose con un segno di croce in direzione delle buche, il che mi fece capire qual’era l’ospedale dove egli diceva di avviare i rastrellati. Stimai prudente da parte mia, andarmene. Dopo la Liberazione, al mio ritorno, nelle buche furono trovate le ossa di diciannove persone. Ma ho dell’altro da dire. Qui a villa Colle Ameno c’è una chiesa di stile barocco. Chi se ne intende, dice ch’è un’opera d’arte. Tra le belle cose da vedere, ci sono delle statue di santi in legno, fatte dal Piò, uno scultore di Bologna, non dei nostri tempi, credo. Le ho sentite lodare molto dai visitatori, per come sono fatte e per i colori. Un giorno il sergente ed i suoi camerati nazisti, portarono i santi fuori di chiesa, li allinearono contro il muro e li fucilarono. Tutto in piena regola, col plotone d’esecuzione schierato ed il sergente che dava i comandi. Non contenti, presero i santi così pieni di buchi per i proiettili e li impiccarono con le corde, alle inferriate delle finestre. Dopo la Liberazione, ci accorgemmo che durante la nostra assenza avevano trasformato le cantine di villa Colle Ameno in campo di concentramento. Di là dentro, debbono essere passate decine e centinaia di persone. Lo si vede dalle iscrizioni sui muri. Ve ne sono una quantità. Sono a gruppi. Ogni gruppo raccoglie le firme di gente dello stesso paese, o frazione o case. C’è la data d’arrivo, in alcune anche quella di partenza, ma in molte tale data manca. Forse non ebbero tempo di scriverla. C’è una di quelle iscrizioni che mi ha fatto proprio commuovere. E’ isolata dalle altre, non c’è data né firma, solo una frase: “Con sommo rammarico”. Un’altra dice: “Siamo tutti pistoluzzi!. Ed una terza: “Voi che entrate, lasciate ogni speranza!”». Oggi, dopo tanti anni, il salnitro e la muffa hanno quasi del tutto cancellato quelle scritte. Sopravvive nella gente della vallata, il ricordo angoscioso del Ghisiliere di Colle Ameno e del suo «lager» paesano.

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M. Zappi, Antifascismo e Resistenza a Casalecchio di Reno. Testimonianze e Documenti, Casalecchio di Reno, 1985, p. 75

Mi chiamo Lambertini Alfonso, della classe 1923, di professione meccanico, ricordo che la mattina del 30 ottobre 1944 i tedeschi entrarono in casa mia a Ceretolo e con la forza mi trascinarono fuori mettendomi con una ventina di altri rastrellati. Mia sorella che cercava di trattenermi fu picchiata.
Assieme agli altri, fui condotto prima a Casteldebole e poi a Bologna alla Caserma d’artiglieria di Porta San Mamolo. Una notte i tedeschi vennero a prendere me ed altri giovani ed in camion ci portarono nel lager di Colle Ameno a Pontecchio. Due giorni dopo fummo trasferiti a Fontana di Sasso Marconi e venimmo impiegati nei servizi di rifornimento di munizioni e viveri alle truppe dislocate sulla linea del fronte che si trovava allora nella zona di Monte Sole sopra Marzabotto.
Un giorno in cui le truppe tedesche si sbandarono in seguito ad un attacco alleato, io riuscii e fuggire. Nonostante che mi avessero tolto le scarpe lasciandomi scalzo, raggiunsi Savignano sul Panaro, poi Riale dove avevo una zia, e quindi la mia casa a Ceretolo. Per evitare rastrellamenti e bombardamenti sfollai con la famiglia a Bologna

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