
Raccolte e trascritte da Cinzia Venturoli 1993-1994
Raccolte da Roberto Greco nel giugno 2007, trascritte da Cinzia Venturoli
Martino Righi
Colle Ameno c'era un posto di blocco, quando la gente passava, per esempio nel momento di sfollamento, di evacuazione che passavano di lì con i carretti, la gente poveretta si tirava dietro un po' quello che aveva di più caro, un sacco di farina, non so due fagioli, si tirava dietro una cariola, un carrettino, passavano da lì che andavano verso Bologna, che a Bologna li mettevano poi nei centri profughi che erano poi le caserme militari, li mettevano in quei posti lì. C'era l'ordine di evacuazione. Avevano fatto una fascia, non tutti quelli del comune erano in zona d'evacuazione, adesso non mi ricordo bene, avevano fatto una striscia che quelli lì potevano restare, che molti poi sono scappati lo stesso che non riuscivano a vivere con i tedeschi sempre lì in giro. Per esempio a Tignano che è ancora Sasso, lì la gente c'è rimasta. E, allora dicevo, lì li prendevano e li mettevano lì a Colle Ameno e li tenevano e quando avevano certi gruppi li portavano o in Germania oppure a fare dei lavori di fortificazione nelle zone qui su, in queste colline qui. Ma proprio un campo di concentramento non lo chiamerei.
Ne hanno ammazzati perchè, lì c'era una belva che era un certo Fritz, che era... una belva, non aveva niente di umano. Lui, quando uno diceva che era ammalato, perchè qualcuno faceva un po' sono ammalato lassem andè via e lui cominciò ad adottare questo sistema lì, quando uno diceva che era ammalato lo ammazzava, allora dopo erano tutti sani. E addirittura hanno scoperto dopo la guerra, abbiamo scoperto delle tombe, che ce n'erano tre o quattro dentro, uno seduto in una seggiola quello lì era ammalato davvero. Allora, dopo erano tutti sani anche gli ammalati. Quando si era bloccati da loro lì, c'era questo spauracchio, dicevano se qualcuno scappa, noi ne ammazziamo 10 degli altri. Era una cosa che faceva tremare. E' successo che qualcuno è scappato, ma per la verità non l'hanno mai fatto, però dice che li mettevano contro il muro e poi li tenevano lì che gli facevano soffrire le pene dell'inferno. Perchè trovarsi di fronte a degli uomini armati di fronte ad un muro, era una cosa. C'era uno qui che abita qui alla stazione, un certo Acciari Ruggero che mi diceva tempo fa delle cose che io non sapevo, che su a Medelana c'era un gruppo di operai che avevano rastrellato, uno scappa, pur sapendo che c'era questo regolamento, gli altri li tennero 3, 4 ore contro un muro con la mitraglia piazzata, una cosa da morire di paura, ma fu soltanto una minaccia, perchè non successe mai che li ammazzarono per rappresaglia.
Anna Laffi, Filomena Vecchi
(Filomena) Allora l'hanno poi messo a fare il barbiere lì dentro, gli davano anche da mangiare un po' di più. E ci volevano bene. Ma gli facevano fare dei brutti lavori, lo mandavano a Bologna a tur so cal dunazi, stavano lì tutta la notte e poi la mattina le portava giù, mo' neanche di quello lì, era che vedeva tutto quello che facevano. Ha rischiato la vita mio marito, lui sentiva cosa dicevano, un giorno che faceva la barba ad un tedesco, sentiva che parlavano e dicevano: tutti quelli che sono malati, metteteli da una parte. Allora Artemio aveva paura, allora c'era uno che abitava lì alla scuole di Tripoli e li gli ha detto: dà la vous, stè atenti che vi ammazzano tutti. Dopo tre giorni che andavano a fare la revisione, non ce n'era più uno degli ammalati, e se l'erano presa con Artemio, perchè dicevano che aveva fatto la spia, ma lo trattavamo male, lo volevano fucilare. Ma lo difese un tedesco, allora l'avevano perdonato. Lui è stato lì fino a che non sono andati via.
Ha visto delle cose, una volta un ragazzo di 32 anni, lo conosceva, era un suo cliente, mentre bombardavano, sto ragazzo scappava dalle bombe, e due tedeschi l'avevano visto, l'hanno preso, lo hanno portato a Colle Ameno, il giorno stesso ci hanno fatto fare la buca, lo misero in una poltrona, gli legarono le gambe e le mani e poi lo seppellirono vivo. Allora mio marito pensava: non ce la faccio più non ce la faccio più, e così, perchè ne vedeva... Aveva visto il bottegaio qui del Sasso, ne ha visti tanti morire.
(Anna) A proposito di Colle Ameno, quando venimmo giù, quando fummo verso Pontecchio, sentimmo dire che a Colle Ameno prendevano tutti gli uomini che passavano di lì, tanti che sono venuti giù da Marzabotto sono finiti lì dentro e non sono più tornati. Allora abbiamo preso giù dalla via del Chiù, dentro palazzo Rossi e facemmo così per scansarlo. (Filomena) Mi diceva Artemio che lì non sapeva quanti ne avevano ammazzati, delle centinaia, gente che conoscevamo. C'era lì dove adesso c'è la bottega, c'era un ragazzo losc (strabico), che vendeva la corda, le casse e così ed è finito là dentro, mi diceva mio marito: l'hanno torturato, gliene hanno fatte di tutti i colori e poi in ultimo gli hanno dato fuoco e l'hanno messo nella buca.
Lino Lucchi
Ad un certo momento, i tedeschi ci fecero sfollare, mandarono via tutti e ci fecero incamminare verso Bologna. Io, assieme ad altri cominciammo ad andare, ma alla Cervetta c'era un posto di blocco, dove fermavano tutti gli uomini, i giovani, li prendevano e li portavano a Colle Ameno dove c'erano veramente delle brutte cose. Ci sono stato. Li mettevano là dentro e poi decidevano cosa fare, portarli una parte in Germania, una parte li facevano lavorare alla Todt, una parte li hanno ammazzati, forse perchè dichiaravano che erano ammalati, e poi qualcuno lo era veramente e non era buono per loro e quindi era meglio eliminarlo perchè era un peso di meno.
Bruno Marchesi
Qui c’era l’ospedale, c’era la Luvtwaffen io ricordo che quando vennero loro andavamo sotto il portico a pelare le patate, loro ci davano da mangiare, prima delle SS. Fino a quell’epoca lì andavamo bene: si lavorava e si mangiava. Quando andarono via cambiò la suonata. L’unica cosa, ho visto uccidere le persone qui in mezzo. Vennero su per il viale, un tedesco e una persona.
Glielo portò lì vicino. Il tedesco era molto basso, invece il prigioniero era alto. IL tedesco fece per dargli un manrovescio, per picchiarci, lui si scansò e il tedesco cadde per terra. L’altro tedesco che era lì continuò a picchiarlo e quando andò a terra gli diede una pedata nella faccia che gli rimasero i segni dello scarpone.
Ma perché ha fatto così? Eravamo cinni, eravamo curiosi. Allora ci dissero che, durante il cannoneggiamento, questa persona aveva soccorso i civili, mentre non aveva aiutato un tedesco ferito. Io non so che fine ha fatto. Poi vidi anche quando fucilarono delle persone, perché io dalla finestra vedevo nel cortile dove li portavano, c’erano delle buche, delle trincee. Allora mi ricordo che Fritz sparò alla nuca, li tirò nella buca, li coprì alla meno peggio e poi se ne andò. Vicino alla chiesa fecero fare una buca ed erano in sei dentro.
Un giorno erano scappate delle persone, e interrogavano per sapere chi erano quelli scappati. Fecero anche fare una buca nel campo, ma nessuno li conosceva. Due dissero: se li vediamo li riconosciamo allora non li fucilarono aspettando che potessero fare questo riconoscimento, se li avessero ripresi. C’era un soldato sulla strada e nessuno riusciva a passare. Allora c’erano i repubblichini, che si credevano di poter passare, invece no, prendevano anche loro. Una volta presero un ufficiale, e quindi si mosse il quartiere generale di Bologna e lo fecero liberare, vennero su con la macchina e lo portarono via. Quei tedeschi non avevano un po’ di senso buono, erano selezionati.
Prima che arrivassero le SS c’erano altri tedeschi che si comportavano bene, ci trattavano vene, in una maniera civile. Questi andarono via e stavamo per trasferirci a Bologna.
La mattina arrivarono le ss che ci dissero che dovevamo restare qui perché arrivano dei rastrellati e dovete fargli da mangiare. Insomma ci sequestrarono. Subentrato questo Fritz, quando arrivava un plotone di rastrellati chiedeva chi era ammalato e li metteva da un parte. Chi aveva davvero delle ferite, anche per operazioni, diceva: a questi date da mangiare bene, perché domani li portiamo al Lazareto. Se non trovava ferite li prendeva a bastonate con il bastone che aveva sempre con lui.
Le persone che avevano delle ferite, diceva che dovevano mangiare bene perché diceva che poi li avrebbero portati al Lazzaretto Il giorno dopo diceva: li abbiamo già portati all’ospedale, al Lazareto. E poi faceva il segno della croce, invece un bel momento ci siamo accorti che li fucilava., Fritz li uccideva con la pistola e poi li buttava nelle buche.
Mio fratello ha visto che li fucilavano io invece ho sentito le urla, perché se non morivano subito urlavano. Mi ricordo un giorno che nella strada c’era il gendarme che non faceva venire dentro nessuno, cioè prendevano gli uomini e le donne urlavano e protestavano e quindi presi gli uomini picchiava gli altri perché se ne andassero in fretta. Un giorno nella strada passa uno con cavallo. Fritz dice a mio padre: trovato partigiano, fare kaput. Non si sapeva se era un partigiano, ma lui lo ha fatto fuori. Dice che aveva una pistola.
Fritz aveva l’abitudine che prima di far fucilare qualcuno gli dava da mangiare molto, e se non mangiavano li picchiava. Non si poteva fare dei ragionamenti. Il suo passatempo era quello di tormentarli e di farli fuori.
Verso novembre, nei primi giorni di novembre mio padre fu ripreso e fu riportato a Colle ameno, quando fu li mio padre e Sileni li misero in una stanza appartata. Pedrini si accorse che avevano messo nella stanza di mio padre una persona che aveva visto vestita da tedesco, per fare la spia perché i tedeschi volevano sapere dove erano i partigiani. Mio padre non era partigiano ma Sileni sì, quindi stettero attenti., Rimasero in quella stanza 3, 4 giorni senza niente, poi una mattina portarono mio padre a Bologna, nella caserma del 3° artiglieria dove c’era lo smistamento. La croce rossa ci avvertì perché mio padre disse che aveva la famiglia a Bologna, in via Indipendenza. Così lo andammo a trovare,perché lui avrebbe dovuto partire, andammo con mia madre, mia sorella e una parente, mia sorella aveva circa nove anni. Quando arrivammo là, saltò fuori un graduato tedesco e ci chiese cosa facevamo, e allora mia madre spiegò e intanto mia sorella era in braccio a mio padre. Allora il graduato ci disse di andare in via s. Chiara dove ci fecero le carte perché mio padre fosse liberato. Tornammo nella caserma dove era mio padre e lo stesso graduato, attraverso l’interprete, ci disse che anche lui aveva a casa una bambina come mia sorella, la prese in braccio e disse a mia sorella: adesso tu vai a casa con tuo padre. E a noi disse Rauss. E così ce ne andammo.
Mio padre ci raccontò che a Colle Ameno lo avevano interrogato parecchie volte, e tutti battevano sui partigiani, dove erano e chi erano. Chi lo interrogava conosceva molto bene l’italiano, comunque era vestito da tedesco.
Anna Pazzaglia
Alla fine di settembre arrivarono due tedeschi in a casa, poi andarono nella stalla con mia nonna e voelvano che lei mungesse le mucche, volevano addirittura che andasse a mungere il toro, erano ubriachi. Mandarono i bambini in camera e poi cominciarono a minacciare gli adulti, volevano delle cose, e poi rompevano tutto. Noi sentivamo tutti, nella casa di fianco c’era il comando tedesco e uno di noi riuscì ad andare là e tornò con dei tedeschi del comando che presero i due tedeschi che erano in casa nostra, erano ubriachi, li chiusero nel porcile. Una sera i tedeschi cercavano gli uomini, che si erano nascosti nel fieno. Allora i tedeschi mandarono avanti mia madre con la lanterna e nel fienile con un ferro cercavano e li trovarono. Ci chiesero delle corde e noi pensammo che li avrebbero impiccati. Perché dicevano che erano partigiani, invece si erano nascosti perché si sapeva che rastrellavano. Li hanno portati alle Suore di Mongardino.
Una sera del mese di novembre ci dissero che dovevamo andare via. Avevo solo 11 anni, ma ricordo benissimo. Facemmo il pane e il mattino seguente caricammo sul biroccio tutto quello che si riuscì a sistemare, mentre lo zio caricò alcune cose sulla carriola, sopra a queste mise il figlio più piccolo e a piedi partimmo. Giunti di fronte al Colle Ameno fummo fermati dai soldati tedeschi che presidiavano la strada, controllarono le cose che erano sul carro, poi un militare ordinò a mio zio Livio di seguirlo, Livio con i suoi 43 anni era l’unico del gruppo che entrava nella fascia a rischio “komm – komm” ordinò un soldato, e si avviarono verso il Colle Ameno.
Dopo un attimo di sgomento la moglie di mio zio prese a mano le mucche, un ultimo sguardo verso lo zio e il soldato, e riprendemmo il viaggio.
Davanti al portone di legno c’erano un caporale ed il signor Ernesto che faceva parte di quel gruppo di civili che venivano impiegati in varie mansioni al servizio della gendarmeria si rivolse al tedesco graduato, gli disse che Livio era un suo amico, lo supplicò più volte di lasciarlo andare –“ha figli e nipoti piccoli da sfamare, anche tu in Germania hai bimbi piccoli”- e forse fu questa ultima frase che lo convinse a lasciarlo andare. Il tedesco, forse per nascondere la sua momentanea debolezza, gli diede un poderoso calcio nel sedere gridando ripetutamente –“Rauss – Rauss”.
Lo zio disse che l’aveva preso molto volentieri quel calcio nel sedere. Siamo andati a Bologna e stavamo in 21 in camera e cucina.
Franco Berti
Tentiamo di andare a Bologna, ma poi ci hanno presi lì a Monte chiaro e ci hanno portato al Ghisiliere dove c’era il comando, intanto preparavano delle squadre per portarli a lavorare, quelli li portarono verso Imola. Di notte, ogni ora o ogni due ore eravamo controllati. Siamo stati lì due giorni e due notti. Noi non potevamo scappare, sapevamo che ne avevano uccisi degli altri, quattro di Lama di Reno, che poi li abbiamo riesumati noi. E poi una mattina ci hanno preso e portati su al Fosso della Carbonaia, che è prima di Vado dove c’era un comando e da lì ci mandavano a portare di notte il rancio a Monte Rumici. Mi ricordo che una notte siamo stati lì 4 ore per evitare gli americani che erano in giro.
Sono stato lì circa 20 giorni, poi visto che uno degli altri rastrellati fece vedere che aveva un’ernia e lo portarono via, così feci anche io e mi portarono all’ospedale di Bazzano ma non c’era posto allora mi fecero un biglietto, scritto in tedesco. Al primo posto di blocco me lo chiesero e poi mi lasciarono andare e io andai ad Anzola dove erano sfollati i miei.
Giuseppe Fava
Mio fratello era nascosto nei boschi, ma li scoprirono e il comandante che era a casa nostra, che erano dell’esercito, prese lui e l’altro fratello e il portò dalle SS che erano a Mezzana, per farli fucilare, invece li tennero lì un paio di giorni, e poi il comandante che era a casa nostra li andò a prendere per farli lavorare. Ma sempre con il timore che ce li uccidessero. Li hanno messi a fare i rifugi. Attorno a casa nostra c’erano le postazioni delle mitraglie, sempre con la paura.
I tedeschi ci presero le mucche e le portarono in stazione per portarle in Germania e con le mucche portavano via anche chi li accompagnava, io ho rischiato, perché se non c’era il figlio del professor Neri che sapeva un po’ il tedesco che gli diceva che ero un bambino e quindi mi lasciarono andare. Sempre una gran paura perché non si sapeva neanche come parlare.
I tedeschi ci dissero che ce ne dovevamo andare e andammo verso Bologna, partimmo con due birocci e le mucche e a colle ameno presero mio fratello che era un uomo . Il comandante tedesco che era stato tanto tempo a casa nostra aveva fatto un biglietto, ma chissà cosa ci aveva scritto perché cominciarono a prendere a calci mio fratello e a bastonate con il calcio del fucile poi lo misero contro il muro per fucilarlo e mentre che stavano per fucilarlo arriva uno di San Lorenzo, che faceva il “partitore” che era dentro al comando e disse: non ucciderlo, lo conosco, non ha mai fatto del male a nessuno. Allora lo hanno tenuto due o tre giorni e poi lo mandarono a portare il rancio e i viveri al fronte, dalle parti di San Martino, Monte Sole. Dopo un mese riuscirono a scappare e quando arrivò a casa aveva la schiena e il sedere nero dalle botte che aveva preso.
Gianni Pellegrini
Mio padre che aveva 48 anni, un vecchio allora, ed altri uomini, ragazzi, decisero di nascondersi perché i tedeschi rastrellavano e cercavano gli uomini. Fecero una sorta di capanna, un rifugio in un bosco a 500 metri dalla Porettana, li presero subito. E mio padre venne portato alle caserme rosse, siamo nei primi giorni di ottobre. Un giorno bombardano le caserme rosse e mio padre scappa, non torna a casa perché qui c’erano i tedeschi. Allora va alle Budrie di San Giovanni in Persiceto dove abitava mia nonna. Ma anche lì c’erano i tedeschi, la resistenza e di certo non era un luogo sicuro, quindi, sempre camminando di notte e nascondendosi di giorno mio padre cerca di tornare a casa. Una sera si trovano in 4 o 5 e i tedeschi arrivano, mettono sotto sopra il fienile dove loro si erano nascosti ma non li trovano. I tedeschi si ubriacarono, si misero a cantare una canzone popolare: drink, drink. Poi trascinarono fuori delle ragazze, io sentivo gli urli. Possiamo immaginare cosa successe.
I tedeschi ci dissero che se la sera dopo non trovavano gli uomini avrebbero fatto saltare la casa. Allora mio padre e gli altri decisero di andare verso Bologna e di rischiare di essere preso a Colle Ameno, in effetti furono presi. I giovani vennero mandati a lavorare sul fronte, mio padre sarebbe stato destinato alla fucilazione. Lo salvò il suo mestiere e così Fritz lo prese al loro servizio a fare il barbiere. Noi non sapevamo nulla di mio padre. Poi io e mia madre il 26 ottobre sfollammo, con una cariola a piedi ci incamminammo verso Bologna , avevamo saputo che al seminario si poteva trovare rifugio. Quando arrivammo a Colle Ameno ci fermarono e mia madre disse: qui dovrebbe esserci mio marito. Allora ci fecero entrare nella casa del custode, dove loro si erano istallati. Sulla tavola c’erano ancora i resti della festa che avevano fatto la sera prima: ciambella, vino, liquori e poi c’erano due persone di Moglio di Pontecchio, due prigionieri uno di questi suonava il clarino e l’altro la fisarmonica che ancora suonavano e mi ricordo ancora la canzone, era Tornerai.
Ci diedero del caffè e della ciambella e prima di partire il comandante, era reduce dalla campagna di Russia dove aveva avuto il piene congelato, mi mise in mano una banconota da 500 lire, una specie di lenzuolo. Io la presi, mia madre era contenta e preoccupata al tempo stesso, preoccupata per mio padre.
A Colle Ameno mio padre svolgeva due funzioni: una di barbiere, l’altra era quella di andare a Bologna un paio di volte alle settimane, visto che i militari di sera non potevano entrare nella città che era Sperrzone, per prelevare le “signorine” delle case di tolleranza. Lui in quella occasione veniva a trovarci, a volte riusciva a portarci da mangiare ed erano cose di lusso, pezzi di parmigiano, che noi non avevamo mai viste. Questa cosa si è protratta fino a natale. L’antivigilia di Natale mandarono a casa mio padre, perché si trasferivano ad Ostiglia.
Un giorno, eravamo tutti nel seminario, e un ragazzino mi disse che c’era un tedesco che cercava mio padre, io andai da mio padre ad avvertirlo. Era Fritz che era venuto a salutarlo, disse ormai la guerra è finita, andiamo verso Bolzano e poi vedremo. Dopo la liberazione, quando tornammo a Sasso Marconi, la casa, come la maggior parte delle case, era distrutta e quindi andammo nelle case di Colle Ameno che erano state requisite e messe a disposizione di chi aveva avuto la casa bombardata.
Enzo Giovanardi
Io dopo l’8 settembre scappai e tornai a casa, dove c’erano i tedeschi e quindi era troppo rischioso stare e quindi andai in un rifugio in cui c’erano già i due fratelli D’Allolio, Vasco Pasini, mio fratello, Natalino Pasini, ed un altro ragazzo che non mi ricordo. Era un rifugio ben nascosto, ma un giorno invece di arrivare le donne a portarci il cibo arrivarono i tedeschi che, probabilmente, insospettiti dal via vai delle donne le avevano seguite e ci avevano trovati. Ci portarono via e già si sapeva che ci avrebbero portati alle suore di Mongardino dove c’era il primo centro di raccolta dei rastrellati, noi eravamo in sei. Io ebbi fortuna, perché lì c’era un certo Paolo, un repubblichino, che aveva l’incarico di fare la prima cernita fra i prigionieri e scegliere chi eliminare. Per fortuna non venne e quindi io, anche se era in età di servizio militare e quindi considerato disertore per la repubblica di Salò, riuscii a salvarmi.
Non ci fecero passare la notte lì, ci portarono a Colle ameno. Durante il tragitto la colonna si era ingrossata eravamo circa 60, 70 persone che provenivano da altre zone vicine. Arrivammo a Colle Ameno, ci misero in queste due piccole stanze, queste due sale non erano sufficienti nemmeno per 20 persone e quando furono circa le 8, all’imbrunire, eravamo al massimo della pienezza: difficilmente ci potevamo muovere. Ogni tanto arrivava un tedesco e prendeva qualcuno, che non so se tornava perché non riuscivo a vedere l’entrata. Non ci diedero da mangiare né da bere. Qualcuno ebbe la pensata di fuggire, fra questi anche mio fratello che era scappato altre volte dalle mani dei tedeschi. Io no, ero fatalista e pensavo che il mio destino era segnato. Allargarono le sbarre e qualcuno, anche mio fratello, passando per le finestre. Io rimasi, anche perché non ci sarei mai passato.
Non sapevamo cosa sarebbe successo, qualcuno diceva che ci avrebbero portato alle Caserme Rosse. Verso mezzogiorno molti di noi, un centinaio, furono rimessi sulla Porrettana e andammo verso Bologna. Io alle caserme rosse non sono mai arrivato perché lungo la strada ci fermarono, scelsero una trentina di persone, io temevo una decimazione, ma non sceglievano a caso prendevano quelli messi meglio che fecero tornare indietro, verso il fronte. Io pensavo: se volevano fucilarci lo avrebbero già fatto. Ci portarono verso il Reno e durante il tragitto qualcuno cercò di scappare, i tedeschi urlavano, sparavano, ma non erano molto preoccupati perché facilmente li avrebbero sostituiti con altri rastrellati. Arrivammo nella località detta i piani e ci fecero scendere in una cantina di una casa dove almeno avevamo un posto in cui sedere. Di mangiare e di bere nessuno ne aveva ancora parlato, per fortuna avevamo qualcosa con noi che le nostre donne erano riuscite a darci prima della cattura. Si presentarono i tedeschi, erano della Wermacht, io avevo studiato il tedesco al liceo e quindi facevo un po’ da interprete. Ci misero a portare le munizioni di notte verso il fronte, la prima sera camminammo due ore nel fango e lasciammo lì il nostro carico. Tornammo indietro. La mattina dopo arrivarono nella cantina due tedeschi, questo erano SS, con una faccia… Ci spaventammo. Ci dissero che la sera dovevamo portare i viveri al fronte. E così fu. La terza sera venne un tedesco e mi disse che bisognava andare a fare i porta feriti in una sorta di ospedale da campo.