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Il sogno della ragione

L’attuazione del progetto del Marchese Filippo Carlo Ghisilieri a Colle Ameno, 1733-1765

a cura di Francesca Pellegrini

Avendo il Marchese Filippo Carlo Ghisiglieri Senatore di Bologna nel Comune di Pontecchio una certa Villa con abitazione, e Giardino, quale viene circondata da muri, et unitamente a questa vi è una picciola Chiesetta, o’ sia Oratorio per uso Delli abitanti di Casa. Dell’Anno 1733 volendo il Detto Ghisiglieri amplificare questo suo Recinto, che veniva custodito da un semplice Gallinaro, o’ forse Ortolano; Principiò alzar Muri, formar Botteghe, ed a piantar’case per rendere delizioso questa sua Villa […].Trovandosi queste Fabriche senza abitatori restava deforme il sito, e parve proprio al Ghisiglieri ritrovar’Gente, che custodissero questi Lavori, Persone, che abitassero le Case, e scielti Operaij, che impiegassero il loro tempo a travagliare in queste botteghe. Non fu’ abbastanza il Senatore sudetto quieto di questo fatto, che […] principiò ad erigere […] un Ospitale da porvi Infermi sotto la Cura di Scielto Medico, d’esperimentato Chirurgho, e di Bottanico, o’ sia Speziale approvato, quali tutti in oggi per tale effetto sono colà collocati; e per dare l’ultima mano, e condecorare il sito amplificò con erigere Muri, alzare Archi la Chiesa adornandola di Scieltissime Reliquie, di Quadri di ottima mano, di Suppeletili preziosi.[3]

Ingresso nord al parco della Villa Ghisilieri, inizio del secolo scorso (ed. G. Fabbriani)

L’ambizioso progetto di un giovane nobiluomo bolognese trova in questo anonimo documento non datato una sintesi precisa che tocca pressoché ogni singolo aspetto dell’attività che si andava ad iniziare e chiarisce la personalità del Marchese Filippo Carlo Ghisilieri. Questi era nato nel 1706 dal matrimonio di Antonio Maria e Teodora Guidotti, entrambi poi entrati in ordini religiosi alla maggior età del figlio. La sua carriera politica nel Senato cittadino fu ricca di cariche e riconoscimenti: fu infatti destinato già dal 1711, a causa della rinuncia del nonno Francesco,[4] a ricoprire la carica di riformatore della libertà della città (cioè quella di senatore) e fu eletto per sei volte alla massima carica laica di Gonfaloniere di Giustizia, tra il 1726 ed il 1759. Il Marchese tradusse in età giovanissima il Galateo di Giovanni Della Casa,[5] nel 1720.

Ad una data non meglio precisata risale invece un secondo scritto, la traduzione dal francese della tragedia Poliuto di Corneille.[6] I lavori, entrambi manoscritti, dimostrano un precoce ed attivo interesse nei confronti della letteratura da parte di Filippo Carlo.Vi è inoltre notizia di una raccolta miscellanea a stampa, le Rime all’eccellentissimo sig. Domenico Gusmano Galeazzi lettore di filosofia e medicina sostenendo pubblicamente la prima volta con sommo applauso la cattedra anatomica l’anno 1723 dedicate dagli accademici Inesperti, che vide alcuni suoi componimenti assieme a quelli di altri personaggi di spicco dell’élite bolognese dell’epoca.[7]

In precedenza altri membri del casato erano stati attivi nell’ambiente accademico. Francesco Ghisilieri, nonno di Filippo Carlo, aveva fondato nel 1686 l’Accademia di pittura degli Ottenebrati.[8]
Anche il padre di Filippo Carlo fu uomo di elevata cultura umanistica ed astronomica: Antonio Maria, infatti, verseggiava tra gli Arcadi della Colonia del Reno,[9]  e le sue opere sono elencate nel IV volume delle Notizie degli scrittori bolognesi di Giovanni Fantuzzi del 1784. La sua principale raccolta, del 1719, Poesie Volgari e latine del Marchese Antonio Ghisilieri, raccoglie anche altre opere teatrali e di traduzione, mentre tutta la sua produzione successiva si dedicò allo studio dell’astronomia. Questo breve excursus che copre tre generazioni della famiglia Ghisilieri mette in parte in luce quale può essere stata la formazione culturale di Filippo Carlo all’interno della famiglia, essendo scarse le notizie che ci giungono dai documenti d’archivio: un percorso perfettamente coerente con l’ambiente cittadino dell’epoca, con la fioritura delle arti, delle scienze e delle lettere ad opera di personalità cruciali per la storia di Bologna, come Carlo Cesare Malvasia e Giovan Pietro Zanotti, Marcello Malpighi, Eustachio Manfredi e soprattutto Luigi Ferdinando Marsili.

È da tenere a questo proposito in considerazione la differenza di concezione, che diviene chiara soprattutto alla fondazione dell’Istituto delle Scienze, tra un organismo di formazione ancora seicentesca con il patrocinio di un nobile che ospita presso di sé una scelta schiera di personaggi ed un nuovo tipo di soggetto, come appunto quello fondato dal Generale Marsili, che segue un modello nel quale i membri sono selezionati in base al merito. Quella grande stagione culturale, iniziata sotto il papato di Clemente XI con la fondazione dell’Istituto e dell’Accademia Clementina, segna per Bologna un momento di crescita e sviluppo culturale dal quale è impossibile prescindere. La concezione ed il metodo sviluppati dal Marsili di un incontro senza conflitto in seno alle istituzioni scientifiche di fede e scienza, del rapporto positivo tra il sapere scientifico-sperimentale e la pubblica utilità,[10] andranno ad informare un pensiero che sarà, in primo luogo, quello del futuro Papa Benedetto XIV, e di conseguenza quello che condizionerà favorevolmente una nutrita schiera di intellettuali bolognesi e non solo. Il Lambertini fu partecipe del percorso delle istituzioni accademiche bolognesi dagli anni del suo arcivescovato fino a tutto il suo lungo pontificato. Fu quello didattico e di ricerca il suo principale traguardo politico, sia in quanto Sommo Pontefice sia come reggente dello Stato a cui Bologna faceva capo: l’aver portato avanti l’istituzionalizzazione della cultura[11] fu infatti uno dei cardini fondamentali dell’agire di Benedetto XIV, che ebbe necessariamente un riflesso sugli avvenimenti e sulla formazione politica ed ideale dei suoi contemporanei.

Tra coloro che paiono aver goduto del fecondo clima cittadino di quegli anni doveva esserci proprio il giovane Filippo Carlo. I suoi progetti furono spesso influenzati appunto dalle convinzioni marsiliane e benedettine sulla scienza sperimentale (come nel caso delle macchine spettanti alla fisica e di una collezione di Storia Naturale, numismatica e statuaria antica che aveva fatto porre all’interno delle camere della sua erigenda città ideale a Pontecchio) e sull’importanza dell’approccio didattico, se non addirittura, all’interno dell’ spazio ridotto del recinto che voleva creare, basati su di una cultura istituzionalizzata, come si è detto. Anche l’Ospedale voluto dal Ghisilieri  per i suoi possedimenti di Pontecchio pareva un’emanazione dei medesimi principi di pubblica utilità e di progresso della cristianità.

Filippo Carlo fece parte dell’Arcadia bolognese sull’esempio paterno. Il suo nome pastorale era Antidoreo Lapisio. Un testo del Custode Generale di Arcadia Michel Giuseppe Morei è fondamentale per comprendere la reale caratura del Marchese. Si tratta della dedica, rivolta proprio al Ghisilieri, anteposta al IV volume delle Prose degli Arcadi[12] edite nel 1754 per i tipi dell’Iride a Colle Ameno, ormai parzialmente edificato dallo stesso Filippo Carlo.

In essa il Custode tratteggia il profilo di un personaggio di spicco, che risulta essere un grande ed instancabile patrono di tutte le arti, mecenate delle lettere, di cui promuove lo studio e l’approfondimento. Grazie a lui molti giovani studiosi potettero infatti beneficiare di mezzi fuori dall’ordinario per il proseguimento dei loro studi, primo tra tutti la Stamperia dell’Iride.

Nella sua piena maturità fu lo stesso Marchese a fondare un’Accademia, quella dei Vari, della quale fu protettore e mecenate, coerentemente con la figura emersa dal ritratto che di lui faceva negli stessi anni il Morei. Secondo le informazioni dell’epoca, dovute principalmente alle citate Notizie degli scrittori bolognesi del Fantuzzi, essa ebbe sede nel palazzo di città dei Ghisilieri in Via Pietrafitta (odierna Via Montegrappa), e vide il fulcro della propria attività nel pieno del sesto decennio. Ogni mese gli accademici si riunivano in una delle dimore dei Ghisilieri in città o nel contado, e due membri estratti a sorte proponevano questioni di filosofia, letteratura o storia, ai quali altri quattro membri dovevano improvvisare una risposta. Ad ognuno di coloro che replicavano il Marchese donava una medaglia d’argento recante l’impresa dell’Accademia dei Vari recante il sole alto sopra l’arcobaleno ed una zolla di terra col motto Mille trahit.Com’è intuibile dalla denominazione, dei Vari facevano parte personaggi dell’élite cittadina provenienti dai più differenti campi del sapere, che durante le loro conversazioni risolvevano piacevolmente i più diversi argomenti. È facile intendere il fine speculativo, e tendente al ragionamento filosofico che dovevano assumere le riunioni degli accademici, coerentemente con quella che risulta essere stata l’indole del patrono.

Nel 1762 il Marchese richiese ed ottenne direttamente da Roma un  permesso triennale di leggere libri proibiti di vari argomenti.[13] Non sappiamo se davvero Filippo Carlo avesse come intento soltanto un arricchimento del proprio bagaglio culturale dal punto di vista letterario come dichiarava, o se è invece ipotizzabile un utilizzo di queste nuove fonti all’interno delle riunioni dell’Accademia: è tuttavia un tassello in più utile a delineare la sua personalità, alla perenne ricerca di nuovi stimoli intellettuali per sè e per la sua cerchia. L’Accademia dei Vari, presumibilmente nata alla metà del quinto decennio, terminò pressappoco assieme alla vita del Marchese nel 1765. Il figlio ed erede Francesco Pio si disinteressò completamente dell’organizzazione fondata da Filippo Carlo, come della maggior parte delle altre imprese che erano state ideate e messe in pratica in quei decenni. Giungendo al progetto che Filippo Carlo aveva in animo di realizzare si rileva che, se queste erano, almeno in parte, le basi culturali da cui esso traeva origine, occorre delineare quale fosse lo scenario fisico che l’avrebbe effettivamente ospitato a un lustro dalla data del 1733 a cui si riferisce l’anonimo narratore citato all’inizio. I possedimenti che la famiglia Ghisilieri aveva nel Comune di Pontecchio, e più in generale nell’odierno territorio di Sasso Marconi, erano vasti e differenziati. Per la maggior parte si trattava di predii e possessioni con campi o boschi, presidiati dalla relativa casa colonica, con la rilevante eccezione di due proprietà contigue tra loro, poche centinaia di metri ad ovest del fiume Reno, confinanti con la proprietà del Conte Rossi che ospitava da due secoli l’omonimo Castello. Si trattava della casa detta Oca e, appena più a nord, della tenuta delle Predose, acquistata nel 1692 dal Senatore Francesco Ghisilieri. È proprio di questa grande proprietà, già in parte edificata dai precedenti proprietari, che si descrive lo stato nel manoscritto più volte menzionato.

Nelle carte d’archivio il primo incontro con questa proprietà e con questo toponimo, destinato ad essere soppresso, è proprio quello dell’atto di

Compra del Senatore Francesco del quondam Filippo Carlo Ghisilieri dalli creditori della ragion cessata contante sotto il nome di Giovanni Francesco Davia di un palazzo con stalla, teggia, casa ad uso di ortolano, giardino, cappellina ed altro posto nel Comune di Pontecchio in luogo detto Le Predose.[14]

Più avanti si precisa anche la valutazione economica di questa proprietà e delle sue pertinenze, fissata in 7500 Lire. Per due decenni non si ritrovano riferimenti di alcun genere alle Predose nelle carte; la successiva informazione è relativa alla morte del compratore, nel 1712, quando l'erede, il figlio naturale legittimato Antonio Maria, fece redigere l'inventario legale dei beni del padre. Le parole con cui la proprietà viene descritta sono quasi le stesse che erano state usate nella Compra, fatto da cui si può dedurre che non erano state apportate significative modifiche ad alcuna parte della tenuta. All'interno di questo corposo fascicolo, che elenca tutti i possedimenti Ghisilieri sparsi per la città di Bologna, il contado e quello ferrarese, non mancano particolari minuti sugli arredi presenti all'interno dei singoli palazzi; tra questi spiccano per interesse le descrizioni delle diverse stanze della dimora di Pontecchio e degli arredi della Cappellina adiacente. L'elenco risulta assai dettagliato soprattutto per quanto riguarda le stanze della casa e le suppellettili in esse contenute.

Interno della chiesa,
foto di Carlo Vecchio Nepita

Si possono da esso ricavare interessanti notizie sulla disposizione originaria degli ambienti, prima che intervenisse la massiccia ristrutturazione promossa da Filippo Carlo riguardanti sia la Villa sia il piccolo Oratorio di Sant’Antonio. La maggior parte delle indicazioni riguarda la mobilia presente all’interno dell’abitazione, ma non mancano le descrizioni dei dipinti e delle altre decorazioni appese alle pareti, tra cui spicca nella Chiesetta un altrimenti sconosciuto quadro dedicato a S. Antonio, con S. Giovanni Battista, la Beata Vergine col puttino in braccio.[15]
I materiali qui descritti sono quelli tipici delle abitazioni del contado, dove si abbinavano elementi costruttivi in essenze lignee abbastanza povere, come pioppo e abete, con finiture in essenze
più pregiate come il noce. Vale la stessa riflessione per il paliotto dell’altare dell’Oratorio realizzato in scagliola, probabilmente policroma. La religione fu fondamentale per i Ghisilieri, e
l’aderire ai precetti cattolici contraddistinse numerosi membri della famiglia: in tempi remoti vi
erano stato un Papa Santo, Pio V, e un Beato, Buonaparte; più recentemente la figlia del Senatore Francesco, Pia Clarice, divenne Madre Priora del Monastero di Santa Maria Nuova;
Antonio Maria, padre di Filippo Carlo, divenne nel 1729 Vescovo titolare di Azoto, dopo aver conseguito un dottorato in diritto canonico, e conseguentemente la moglie Teodora Guidotti entrò nel monastero delle Salesiane di Modena. Anche l’ultimogenita di Filippo Carlo, Anna Maria Cristina, entrò nel monastero di Santa Maria Nuova nel 1765. Il piccolo oratorio di campagna delle Predose era soltanto uno tra quelli che la famiglia Ghisilieri aveva sparsi nelle vicinanze delle sue ville extraurbane. Si dice chiaramente all’inizio che, come in tutti gli altri casi, la Chiesa, o sia Oratorio di Pontecchio era per uso delli abitanti della casa. Le dimensioni stesse, deducibili dallo scarno elenco degli apparati di cui su diceva, lasciano supporre un culto riservato alla sola famiglia proprietaria della villa a cui la cappella era annessa. Gli sforzi di Filippo Carlo Ghisilieri furono chiaramente dal principio mirati a sovvertire questo uso alle Predose, e l’ampliamento della chiesa fu uno dei cardini dell’intero progetto che, se si prende per buona la data d’inizio del 1733, interessò il Marchese ancor prima che entrasse in pieno possesso delle sostanze della famiglia alla morte del padre, occorsa l’anno seguente. L’impegno profuso per amplificarequesta impresa da parte del suo giovane proprietario fu sempre e prima di ogni altra cosa ideale: sarà continuamente riconoscibile nel procedere degli anni la sua impronta sulle decisioni che porteranno alla costruzione della nuova, scenografica villa, delle case del borgo ed all’ampliamento e decorazione della Chiesa di Sant’Antonio. Da un documento [16]si deduce che la Chiesa fosse dedicata al Santo di Padova già dagli anni della sua costruzione, ad opera del Marchese Giovanni Francesco Davia.

Presumibilmente tra il 1735 ed il 1737 il Marchese scelse un nuovo nome, che fosse evocativo e coerente col suo percorso ideale per l’insieme della tenuta, che fino a quel momento era stata indicata come Le Predose. Per la prima volta nel 1737, appunto, si trova un riferimento alla proprietà nel comune di Pontecchio come Colle Ameno. Da quel momento in avanti nella quasi totalità dei documenti il vecchio toponimo venne sostituito dal nuovo, col quale ancora oggi il sito è identificato. C’è da aggiungere che, nonostante i successivi passaggi di proprietà che hanno interessato il Borgo già dall’inizio del XIX secolo, anche un altro toponimo si è sedimentato tra la popolazione locale, spesso usato in dialetto bolognese, cioè il Ghisiliere, riferito a tutto il Borgo e non soltanto alla villa signorile, quasi a dimostrare quale e quanto sia stato il peso della presenza di Filippo Carlo a Pontecchio dal quarto decennio al 1765, anno della sua morte.

Si può dire quindi che Colle Ameno come complesso monumentale ed il nome che lo identifica hanno visto la luce nella mente del loro creatore quasi nello stesso momento. Sembra certo che non sia possibile disgiungere il senso del progetto, che fu realizzato avendo ben presente nel corso di tutta la durata dei lavori il fine di formare un centro all’avanguardia dotato di forte autonomia, in cui le arti e le scienze potessero trovare, come si vedrà, una dimora eletta, dall’idealistico e arcadico nome che fu scelto per esso. L’interesse dimostrato dal Ghisilieri per i sui possedimenti si tramutò ben presto nella fattiva attuazione di un ampio progetto, che impegnò il Marchese e le sue maestranze per circa un ventennio, da una data approssimabile al biennio 1733-1735. I lavori iniziarono presumibilmente dall’ampliamento verso nord della preesistente Villa costruita dai Marchesi Davia in primo luogo con grandi sale di rappresentanza, poi con una lunga ala sul lato ovest che sarebbe stata in parte utilizzata per ospitare locali di servizio. Oltre una via interna, che correva parallela alla strada maestra, fu realizzato il Borgo vero e proprio, la parte cioè destinata ad ospitare gli abitanti e le attività artigiane che sarebbero servite al sostentamento degli stessi ed alla prosecuzione dei lavori. La parte monumentale della Villa fu conclusa, probabilmente già all’inizio degli anni ’50, dall’ala est, che avrebbe ospitato le attività ricreative per i nobili abitanti del complesso residenziale, come il teatro e le collezioni d’arte, e dalla fronte scenografica sul lato nord, con le ali che venivano in avanti verso il grande parco ed un frontone che concludeva i tre piani del corpo di fabbrica.[17]

Il formar botteghe di cui si diceva all’inizio è testimoniato soprattutto a partire dal sesto decennio, durante il quale presero piede le attività più riconoscibili, come la stamperia e la fabbrica di ceramiche. Indubbiamente furono queste due le attività che donarono più visibilità al Borgo di Colle Ameno, e che di conseguenza trovano il maggiore spazio nelle cronache e negli atti del tempo. Rimangono anche però brevi cenni a quelle che erano le altre e tuttavia non secondarie attività che si svolgevano all’interno del recinto di Colle Ameno:

...e fra li altri vi sono due Fabrerie, una di legno l’altra di ferro, una speciaria di droghe, e medicinali, una fabbrica di perfettissime e nobilissime maioliche dipinte anco e dorate, che si fanno di quel terreno, una Merceria, una stamperia considerabile, e di grande avviamento, un ospedale per Infermi, Uomini e Donne, provveduto di Fisico Chirurgo, Ministri e Sacerdote, cui esidente nella sua Chiesa, con la ritenzione del Santissimo Sacramento di autorità apostolica, il tutto mantenuto a’ spese dei sudetti Ghisilieri.[18]

Le menzioni della merceria e delle due fabrerie sono pressoché uniche, ma la loro presenza nel contesto di una villa padronale in via di ampliamento continuo con tanto di villaggio attorno che, nello stesso documento, viene definito concorso ad abitare bon numero di Famiglie, e di Persone ne giustifica appieno la presenza, se non altro come imprese di servizio per l’erigendo palazzo di campagna dei Marchesi. Giungendo alle due attività di spicco che ebbero sede nel Borgo si possono riscontrare riferimenti cronologici un po’ più precisi. La vicenda della stamperia ebbe infatti origine il 27 gennaio del 1753, quando un prestanome di Filippo Carlo comprò un’attrezzatura completa, necessaria ad avviare l’attività, per 2738,19 lire. Le pubblicazioni si susseguirono con un ritmo rapido almeno fino al 1755: stando al catalogo unito ad un volume[19] edito appunto in quell’anno infatti furono stampate ben ventiquattro opere, mentre, stando allo stesso criterio, nel triennio successivo il ritmo di lavoro rallentò notevolmente: furono soltanto otto le opere pubblicate. Queste recano tutte sul frontespizio il simbolo ed il motto di cui si era già detto a proposito dell’Accademia dei Vari, Mille trahit, assieme al nome dato alla stamperia dal Marchese, cioèAll’Insegna dell’Iride. Una sorta di direzione editoriale fu affidata dal Marchese Ghisilieri ad un sacerdote veneziano, Don Antonio Giandolini. La sua presenza presso il Marchese è accertata a partire almeno dal 1753, data che coincide con quella d’inizio dell’attività tipografica.[20]

Egli fu coinvolto in molte delle attività promosse dal Ghisilieri, soprattutto a Colle Ameno: lo ritroviamo infatti spesso citato nelle testimonianze coeve riguardanti l’attività della Chiesa e dell’Ospedale di Sant’Antonio, del quale viene regolarmente citato come confessore.
Fu nel 1754 autore, per i tipi dell’Iride, di un’opera intitolata Istoria critica della vita civile: l’edizione risulta lussuosa, ma nonostante ciò emerge da un contratto del 1767 che molte delle copie prodotte rimasero invendute. Stessa amara sorte ebbe l’edizione forse più prestigiosa realizzata a Colle Ameno, le Opera Moralia de sacramentis del barnabita veneto Sebastiano Giribaldi, in sei volumi.[21] La politica editoriale del Ghisilieri e di chi si occupò di quest’impresa per suo conto non abbia voluto privilegiare, soprattutto all’inizio, un tipo di pubblico rispetto ad un altro, e che le scelte attuate, pur nella conservazione di uno standard di qualità decisamente elevato, andassero a toccare i diversi campi del sapere letterario e scientifico quasi in egual misura, senza tralasciare le pubblicazioni religiose che furono di continuo intraprese. È importante inoltre il parallelo ideale in questa sede proposto ancora una volta con Luigi Ferdinando Marsili, che volle dotare l’Istituto delle Scienze di una propria tipografia, i cui materiali poi confluirono nella donazione ai monaci domenicani e nella Stamperia di San Tommaso d’Aquino. Se non si può pensare ad un paragone tra l’attività pratica delle due imprese, è invece possibile e plausibile ritenere che nell’intento del Ghisilieri ci fosse, in parte, un’idea collegata al patronato delle lettere che, come si è visto dalla dedica del Morei alle Prose degli Arcadi,[22] ben si adattava, assieme all’attenzione per lo studio delle scienze e per la medicina che anche a Colle Ameno era centrale, di nuovo, a seguire l’esempio di organicità proposto dall’Istituto.[23] Nonostante manchi una data esatta di chiusura della Stamperia All’insegna dell’Iride risulta che quest’attività, come molte altre, non sia durata molto oltre la vita del suo promotore e mecenate. L’ ubicazione della tipografia è stata ipotizzata solo recentemente grazie al rilievo sul campo compiuto dagli ingegneri Barone e Fontana per il loro Progetto di tutela.[24]

Il sito riconosciuto con questa analisi è la parte immediatamente retrostante a quelli in precedenza identificati come locali di servizio alla villa nell’ala ovest. Questa supposizione è stata effettuata sulla base delle numerose feritoie per lo smaltimento delle acque riscontrate nel pavimento in questa zona, consone appunto ad un’attività simile a quella tipografica.
Anche per la predisposizione della fornace delle maioliche il Ghisilieri si servì di un prestanome, tale Angelo Pedroni, che aveva domandato nel 1759 al Reggimento di Bologna una privativa per la produzione di ceramiche nel Comune di Pontecchio, citando tra l’altro la presenza qui di una particolare terra da lui ritrovata che permetteva la creazione di lavori perfetti.[25]Tramite un’altra fonte risulta la notizia della coeva costruzione dell’ edificio adibito ad ospitare la manifattura in un’area poco a sud di Colle Ameno, sulle rive del Rio di Casio, denominata nell’inventario del 1766 Fabbrica della Majolica a capo della Cavedagna che và alla Fornace da Pietre.[26] L’attività di questa bottega fu molto intensa ma durò, come dimostrano alcuni contratti, poco più di un lustro, cessando già attorno al 1766-1767, cioè poco dopo la morte del Marchese Filippo Carlo. Il figlio di questi, Francesco Pio, tentò per qualche tempo di mantenere in vita la bottega chiamandovi a svolgere il loro mestiere di ceramisti due artefici molto quotati quali Antonio Rolandi e soprattutto Giuseppe Finck, il quale per gli anni a venire avrebbe legato il proprio nome allo sviluppo della maiolica bolognese.

Ceramica di Colle Ameno Versatoio, decoro blu, alt. cm. 26, già collezione Bertocchi

I pezzi prodotti a Colle Ameno sono immediatamente riconoscibili per il motivo dipinto sullo smalto in monocromo turchino: si ritrova infatti un ramo di pruno fiorito che corre attorno alle stoviglie, spesso accompagnato da un uccellino ad ali spiegate e da un pilastrino con un vaso sulla sommità.
È plausibile che il Finck abbia sviluppato questo motivo nella sua produzione successiva una volta ritornato a Bologna nel 1767, introducendo l’uso di altri colori e della cottura a gran fuoco.[27] Esistono alcuni documenti in cui viene riferito a proposito di una Casa di Correzione,[28] una sorta
di riformatorio, che avrebbe avuto una breve stagione a Colle Ameno nei primi anni della sua esistenza, attorno al 1741, sotto la responsabilità del Marchese. E’ tuttavia necessario aggiungere che in uno di essi si trova una contraddizione, poiché situa la Casa a Casalecchio e rende quindi incerta la sua reale ubicazione.[29]
L’Ospedale, fortemente voluto dallo stesso Filippo Carlo Ghisilieri, fu un’esperienza pressoché unica per il contado bolognese in quel periodo, ed ascrivibile pienamente alle convinzioni ed alle politiche sanitarie portate avanti su scala nazionale da Benedetto XIV.[30] Per quanto siano frequenti le notizie riguardanti la sua storia ed il suo funzionamento, manca purtroppo qualsiasi riferimento a dove fosse posizionato all’interno del Borgo, anche se dalle più recenti ricostruzioni è lecito ipotizzare che si trovasse in quel braccio ortogonale dell’ala est della villa prospiciente la Chiesa oggi noto come ex scuderie. Il destino di questa interessantissima istituzione è legato strettamente a quello della Chiesa di Sant’Antonio, al quale condivise peraltro la dedica.

Villa Ghisilieri all'inizio del secolo scorso (ed. G. Fabbriani)

L’Ospedale, che era un vero e proprio nosocomio e non un ospizio per mendicanti come ne abbondavano dei dintorni, fu attivato a partire dal 1740 e funzionò per circa venticinque anni, con la supervisione di un chirurgo e la continua assistenza professionale di due infermieri, uno per gli uomini ed uno per le donne, ricoverati come si conveniva in camerate separate; nella speciaria di droghe già nominata erano invece preparati i medicamenti da somministrare agli ammalati. Il conforto spirituale era garantito da un cappellano sulla cui nomina sembra influisse direttamente il parere del Marchese, come d’altronde succedeva per i Rettori della Chiesa. Quest’ultima fu ingrandita progressivamente per tre volte nel decennio dal 1737 al 1747, data alla quale risale la dedica lapidea che associa nel culto San Pio V Ghisilieri, avo del Marchese, a Sant’Antonio da Padova, fino a comprendere, secondo un documento del 1758, quattro altari.[31] Se ne conservano oggi tre, quello centrale dedicato a San Pio V, con un rilievo di scagliola bianca probabilmente di mano di Angelo Gabriello Piò (1690-1770), quello a destra con le statue lignee dei Santi Francesco e Andrea Avellino in adorazione del Crocifisso, e quello a sinistra con la Beata Vergine delle Grazie, alla quale erano soliti rivolgersi nelle loro preghiere i malati dell’Ospedale, che negli anni hanno lasciato la testimonianza delle loro preghiere con la moltitudine di ex voto alcuni dei quali tuttora presenti alle pareti della Chiesa. Filippo Carlo Ghisilieri aveva ottenuto già nel 1737 da Papa Clemente XII la dichiarazione di Chiesa Pubblica per quello che era stato l’Oratorio di Colle Ameno, mentre nel 1738 il medesimo Pontefice gli concesse di ritenervi il Sacramento dell’Eucaristia al fine di poter comunicare i malati dell’Ospedale la cui attività era stata autorizzata tramite lo stesso breve e che era nel frattempo in via di realizzazione. Negli anni del pontificato di Benedetto XIV il Marchese portò avanti per la sua Chiesa diverse richieste, la più importante delle quali fu quella, mai accolta, di dismembrazione[32] dalla Chiesa Madre di Santo Stefano di Pontecchio, con la quale c’erano sempre stati dissapori in merito ai diritti parrocchiali di entrambe.

Ultimo e preziosissimo testimone del suo tempo è l’Abate Serafino Calindri, che nel suo Dizionario corografico, georgico, orittologico, storico della Italia non manca di soffermarsi su Colle Ameno per buona parte delle pagine dedicate al comune di Pontecchio. Pubblicato nel 1782, lo scritto riesce a mostrare lo stato dei fatti in un momento storico che le vicende famigliari dei Ghisilieri ci hanno già portato a giudicare discendente, se non come alcuni si sono spinti a credere in precedenza addirittura di abbandono.
A questa data le famiglie abitanti in Colle Ameno erano 19. Il racconto delle meraviglie è in effetti tutto volto al passato: si descrive l’intento del Marchese di fare dell’aggregato di abitazioni a modo di luogo borgato un centro per uso di Artieri, o di gente addetta al servigio delle Arti,[33] tra le quali si fa ovviamente riferimento alla fabbrica di maioliche ed alla stamperia. La descrizione degli arredi del palazzo è ricca ed abbastanza puntuale, con i richiami a tappezzerie ed a sculture antiche e moderne, riconosciute come avanzo di un Museo statuario e di Scolture, che quivi era.

Ricostruzione grafica di Francesca Barone e Marco Fontana

Sono inoltre descritte le collezioni di numismatica e di oggetti che oggi si definirebbero reperti archeologici, raccolti in armarj e nicchj, quindi si dice della camera destinata ai giochi ed ai passatempi, con la nostalgica precisazione che gli attrezzi qui riposti ad altro non servono ora, che per dimostrare ai forastieri, che v’erano. Si parla perfino di una sala da bagno lastricata in maiolica con condutture che vi portavano l’acqua dal fiume Reno. L’autore parla di arredi che erano qui rimasti, dandoci il senso della spoliazione volontaria da parte degli stessi proprietari che la Villa aveva subito. Questo decadimento era stato avviato dalla decisone di Francesco Pio Ippolito Ghisilieri di riportare il grosso delle sostanza di famiglia nella dimora principale di Bologna, fra il 1765, anno della morte del padre, ed il 1768. Nelle generazioni successive[34] l’abbandono dovette essere totale se tra il 1812 ed il 1813 i possedimenti di Pontecchio furono frazionati tra agricoli ed immobiliari e ceduti, i campi finirono alla famiglia Albertazzi, mentre Colle Ameno giunse nelle mani di Pietro di Lodovico Rizzi, possidente di montagna[35] di Pontecchio. I suoi discendenti ne mantennero il possesso per più di un secolo e mezzo, utilizzando la Villa come residenza e affittando parti di essa e del Borgo come lussuosi appartamenti di villeggiatura tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Giovanni ed Eva Rizzi, ultimi esponenti della famiglia, cedettero nel 1974 Colle Ameno alla Fondazione Guglielmo Marconi con una donazione.
Dalla metà degli anni ’80 sono invece in corso convenzioni tra questa ed il Comune di
Sasso Marconi, che ha già acquisito il Borgo e quasi tutto ciò che è rimasto della Villa, e sta progressivamente provvedendo a restauri e lavori di messa in sicurezza.

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Note

  1. ^ Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, Bologna, Manoscritto B 3352. Raccolta di documenti riguardanti la Cappella di S. Antonio da Padova fondata a Colle Ameno dal Marchese Filippo Carlo Ghisilieri e l’Ospedale annesso, documento contrassegnato dalla sigla A22 in alto a destra.
  2. ^ G. Guidicini, I Riformatori dello Stato di Libertà della Città di Bologna dal 1394 al 1797, Bologna, 1876.
  3. ^ Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, ms. B364, Galathæus D. Joannis Casae seu de modis et moribus in conversatione tenendis facta in latinam linguam versione per Philippum Carolum Ghislerium, 1720.
  4. ^ Bibilioteca Comunale dell’Archiginnasio, ms. B1492, Poliuto. Tragedia tradotta dal francese in italiano dal Marchese, e Senatore Filippo Carlo Ghisilieri.
  5. ^ Cit. in Saccenti, Mario (a cura di), La Colonia Renia. Profilo documentario e critico dell’Arcadia bolognese, vol. I, Documenti bio-bibliografici, Modena, 1988.
  6. ^ G. P., Zanotti, Storia dell’Accademia Clementina Bologna, 1739, pp. 5-7.
  7. ^ P. Guidotti, Colle Ameno Bologna, 1986.
  8. ^ W. Tega, Walter, Un’istituzione scientifica dell’Illuminismo: l’Istituto delle Scienze, in L’immagine del Settecento da Luigi Ferdinando Marsili a Benedetto XIV a cura di Donatella Biagi Maino, Torino, 2005, pp.18-19.
  9. ^ Ibidem.
  10. ^ Accademia di Arcadia, Prose degli Arcadi, tomo IV, Bologna a Colle Ameno, 1754.
  11. ^ Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, Bologna, Archivio Ghisilieri, Istrumenti,Cartone II 1736-1769, 1762, 1 febbraio (n°38).
  12. ^ Archivio di Stato di Bologna, d’ora in poi Asb, Archivio Ghisilieri, Istrumenti, Mazzo XX 1691-1699, Libro 49 Numero 5.
  13. ^ Ibidem.
  14. ^ Asb., Cartone di Santo Stefano di Pontecchio.
  15. ^ F. Barone e M. Fontana,Progetto di tutela, restauro e valorizzazione del complesso monumentale di Villa Ghisilieri a Colle Ameno a Sasso Marconi (Bologna). Comune di Sasso Marconi – Università degli studi di Roma La Sapienza, Dipartimento di Storia dell’Architettura, restauro, e conservazione dei beni architettonici, Scuola di Specializzazione in Restauro dei Monumenti, 2004.
  16. ^ Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, Bologna, Ms. B3352, cit., documento anonimo.
  17. ^ Osservazioni di Chirurgia del Sig. Enrico Francesco Le Dran, Colle Ameno, 1755.
  18. ^ P. Paci,Un editore a Bologna nel Settecento: Antonio Giandolini a Colle Ameno, in «Strenna storica Bolognese», Bologna, anno LI-2001, pp.385-391.
  19. ^ Ibidem.
  20. ^ Accademia di Arcadia, Prose degli Arcadi, cit., 1754.
  21. ^ S. Ferrari, La stamperia di Colle Ameno: l’impresa editoriale di un patrizio bolognese, in Produzione e circolazione libraria a Bologna nel Settecento. Avvio di un’indagine. Atti del V colloquio, Bologna, 22-23 febbraio 1985, Bologna 1987, pp. 243-288.
  22. ^ F. Barone e M. Fontana, op. cit., 2004.
  23. ^ Assunteria delle Arti, Miscellanee, volume XX.
  24. ^ Asb, Archivio Notarile, Atti del Notaio Zenobio Egidio Teodori, Rogito in data 14 novembre 1766.
  25. ^ Asb, Ufficio del Registro, Copie degli atti notarili, rogiti del Notaio Zenobio Egidio Teodori, in data 12 e 17 maggio 1767.
  26. ^ P. Guidotti, Colle Ameno, cit., pp. 39-40.
  27. ^ Asb, Archivio Ghisilieri, Istrumenti, Mazzo XXIV, 1731-1749, Libro 61 Numero 30.
  28. ^ D. Biagi Maino, (a cura di) Benedetto XIV e le arti del disegno. Atti del convegno internazionale di studi, Roma, 1998.
  29. ^ Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, Bologna, ms. B3410, Raccolta di documenti riguardanti la chiesa e l’ospedale di Sant’Antonio da Padova di Colle Ameno di proprietà dei Ghisilieri e le vertenze fra il rettore di essa e i canonici regolari Lateranensi di Pontecchio, documento contrassegnato con il n°3.
  30. ^ Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, Bologna, ms. B3352, cit., documento non contrassegnato (n°19).
  31. ^ Dizionario Corografico, georgico, orittologico,Storico, ecc., della Italia, volume IV, Montagna e collina del territorio bolognese. Bologna, 1782.
  32. ^ Per un quadro completo sulla famiglia Ghisilieri vedi P. Paci, La nobile famiglia dei Ghisilieri nel XVIII secolo, in «Strenna Storica Bolognese», pp. 325-349, Bologna, anno XXXVIII-1988.
  33. ^ C. Pancaldi, Itinerario storico-archeologico, mineralogico e statistico da Bologna alle Terme Porrettane, Bologna, 1833, ed. cons. Bologna 1977.
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