
La 63ª Brigata Garibaldi operava su di un territorio molto vasto che si estendeva ad ovest di Bologna e comprendeva
oltre una decina di comuni.
Questa zona è assimilabile ad una sorta di quadrilatero che comprende luoghi morfologicamente
molto diverse. Il lato nord è segnato dalle risaie attorno a San Giovanni in Persiceto, scendendo verso sud troviamo
la pianura che circonda Anzola dell’Emilia, quindi le colline e le montagne di Calderino, Monte San Pietro. Il
lato est segue il corso del fiume Setta e comprende due località del comune di Sasso Marconi: Mongardino e Lagune.
Il lato ovest arriva al confine con la provincia di Modena nella zona di Monte Ombraro.
Il carattere così variegato
del suo insediamento dà conto della particolare struttura di questa brigata, che era infatti composta sia da gruppi
Sap e Gap, operanti nelle zone di pianura, che da squadre partigiane in montagna. Lo spazio temporale in cui si registra
il numero più alto di adesioni alla brigata si colloca fra la fine del 1943 ed il primo trimestre del 1944. La
provenienza geografica dei componenti della brigata fu, nei momenti iniziali, prevalentemente riferibile ai comuni di
Anzola dell’Emilia, Bazzano, San Giovanni in Persiceto e Zola Predosa. Anche in momenti successivi, quando la brigata
si estese nella zona collinare e montana, non si ebbe mai una grossa presenza al suo interno di abitanti di questi nostri
luoghi.
Analizzando la componente socio-professionale del nucleo di insorgenza della brigata vediamo che circa il 51%
era costituito da operai dell’industria e dei servizi e l’8% da mezzadri. Più tardi si unì ad
esso anche un certo numero di lavoratori autonomi artigiani. La maggior parte della brigata fu sempre costituita da operai.
Come ultima variabile sociologica consideriamo il grado di istruzione dei partigiani della Bolero: la maggior parte di
essi erano in possesso della licenza elementare (56,5%) o avevano frequentato la scuola fino alla terza classe elementare
(24,7%)1.
La data di nascita della brigata può essere individuata nel novembre 1943 quando, in località La
Ca’ di Lizzano in Belvedere si costituì attorno a Monaldo Calari una prima squadra di antifascisti.
Il 4 dicembre questo gruppo venne attaccato dai tedeschi e tre antifascisti vennero catturati e fucilati il 3 gennaio
1944. Calari e gli altri che riuscirono a sfuggire alla cattura si rifugiarono a Monte San Pietro dove esistevano
già altri
gruppi di resistenti, gruppi che erano nati immediatamente dopo il 1° settembre per iniziativa di Amleto Grazia
che era divenuto punto di riferimento, assieme a Walter Miglioli, per una cinquantina di giovani.
Il 23 gennaio
1944 anche questo gruppo venne attaccato dai nazifascisti a causa di alcune delazioni e quattro partigiani vennero
catturati. Il gruppo si vide così costretto a spostarsi nuovamente. Nel novembre 1944 Monaldo Calan venne
arrestato e fu sostituito nel ruolo di commissario politico da Bruno Tosarelli, così come Amleto Grazia lasciò l’incarico
di capitano a Corrado Masetti il cui nome di battaglia era Bolero.
La strategia adottata era quella di dislocare
gli uomini in numerose basi costituite solitamente da case coloniche in cui stazionavano piccoli gruppi formati da
4 o 5 partigiani. Di qui venivano poi portati degli attacchi a sorpresa i cui bersagli erano spesso rappresentati
da presidi tedeschi o fascisti in cui potersi rifornire di armi e munizioni, sempre carenti in brigata.
In pianura
le squadre Sap compivano sabotaggi, cercavano di recuperare il bestiame razziato dai tedeschi, appoggiavano e difendevano
le manifestazioni di protesta delle donne. In contatto con i partigiani della Bolero erano anche molti operai della
Ducati di Bazzano che organizzavano gli scioperi, l’azione politica ed il sabotaggio.
Nel luglio 1944 il CLN
lanciò la «battaglia
del grano» ed i partigiani della Bolero si impegnarono nelle campagne per evitare che i fascisti ed i tedeschi
si appropriassero del raccolto.
In seguito all’arrestarsi del fronte sulla linea gotica, nell’autunno
1944, la brigata cercò di portarsi in un luogo relativamente più sicuro per essere meno esposti agli
attacchi tedeschi, e venne scelta la zona di Rasiglio, nel comune di Sasso Marconi in quanto località isolata,
coperta da boschi e ricca di grotte ed anfratti naturali utilizzabili come rifugi.
L’autunno del 1944 fu segnato
dai continui rastrellamenti compiuti dai tedeschi al fine di sconfiggere le formazioni partigiane; questa serie di
deportazioni, razzie e distruzione delle case, culminò nel rastrellamento di Monte San Pietro compiuto dalle
SS l’8 ottobre in
cui vennero fatti prigionieri 150 uomini fra partigiani e civili e vennero bruciate 30 case. Il 9 ottobre i tedeschi
raggiunsero Rasiglio, ingaggiarono una battaglia con i partigiani e riuscirono a fare 13 prigionieri che vennero
poi impiccati il giorno dopo a Casalecchio. Fra questi vi erano 6 russi che si erano uniti alla brigata dopo lo sbandamento
della Stella Rossa ed uno studente del Costa Rica. Alla fine di ottobre tutti i componenti delle squadre di montagna
della Bolero si misero in marcia verso Bologna, in seguito all’ordine del CUMER, ma a Casteldebole furono bloccati
dal fiume Reno in piena e furono sorpresi da un battaglione tedesco qui giunto sicuro di trovare dei partigiani grazie
ad una segnalazione. Alla fine si contarono 35 persone morte, partigiani e civili, uccise sulla strada di Casteldebole.
Per la 63ª brigata iniziava il periodo più difficile: l’unica cosa da fare era di cercare di stare
nascosti per evitare incontri con i tedeschi e di sopravvivere con gli scarsissimi mezzi a disposizione, mancava
il cibo ed era quasi impossibile ripararsi dalle intemperie10. Anche in pianura la situazione era molto difficile
visto che i rastrellamenti si susseguivano ai rastrellamenti. Ad Amola di Piano, dove esisteva un gruppo di una sessantina
di partigiani armati attorno ai quali gravitavano le Sap, il 4 dicembre 1944 venne effettuato un rastrellamento che
permise ai nazisti, guidati in questa occasione da Hans e Fred due tedeschi che si erano precedentemente infiltrati
fra i partigiani, di catturare 250 persone11. Fino alla liberazione la brigata cercò di continuare la sua
azione riorganizzandosi in piccoli gruppi soprattutto nelle zone pianeggianti.