
L’Italia entrò nel secondo conflitto mondiale il 10 giugno 1940 dichiarando guerra alla Francia e all’Inghilterra. Alla fine del 1940 la popolazione si trovò di fronte al razionamento dei generi alimentari, a causa dell’economia di guerra, infatti, la distribuzione e la vendita dei generi di prima necessità venne regolata dallo Stato che organizzava la raccolta dei prodotti e loro redistribuzione, secondo le necessità locali in base al numero e al tipo di residenti in ogni Comune. Il sistema suscitò numerose proteste per gli abusi compiuti e per la totale irregolarità nell’approvvigionamento dei generi razionati. «sicché ai nefasti effetti dei bombardamenti alleati, ed alle altre sciagure causate dalla guerra, si aggiunge ora il carovita con i favoritismi, le ruberie e le inefficienze dell’annona» scrive Giovanni Aliberti.
Se, come ricorda Miriam Mafai, «nel corso del primo anno di guerra, non si soffrì la fame. O meglio soffrirono la fame coloro che non avevano mai mangiato abbastanza e che erano abituati a sopravvivere mangiando minestre e pane», la situazione peggiorò velocemente e fra l’inverno e la primavera 1941si manifestò una crisi dei generi di prima necessità: a Bologna cominciarono a scomparire i grassi alimentari e c’era insufficienza di latte, carbone, carne.
Per acquistare i generi razionati occorreva avere la tessera annonaria da cui gli esercenti tagliavano i bollini giornalieri: chi non acquistava il pane il giorno fissato perdeva il diritto alla razione. Dal febbraio 1941 la quantità di cibo che si poteva acquistare con la tessera continuò a diminuire, ad esempio nelle regioni settentrionali, si aveva diritto a soli 600 grammi di pasta al mese, un chilo di riso e 400 grammi di polenta. Il razionamento del pane è in vigore dall'ottobre 1941, nell'inverno del 1942 la quantità di pane assegnato diviene di 150 grammi per gli adulti non venendo ripristinata, come di norma, la quantità invernale di 200 grammi. Nel gennaio 1942 l’assegnazione settimanale di carne bovina era di 60 grammi per ogni abitante. Oltre alla quantità anche la qualità era insufficiente visto che il pane veniva impastato non più solamente con la farina di grano ma con ingredienti di vario tipo e spesso la merce che si trovava era avariata o di pessima qualità.
Agli operai manca soprattutto la pasta – affermava un imprenditore bolognese – Gli operai della fabbrica usavano mangiare da 500 a 1.000 grammi di pane al giorno e da 200 a 400 grammi di pasta. Perciò oggi la situazione è disastrosa […] Fra gli operai diminuzioni di peso da 3 a 17 kg. Evidente riduzione della capacità lavorativa. Fino ad un mese fa, quelli che provenivano dalla campagna portavano un po’ di pasta bianca. Oggi nulla.
Nel 1942, secondo una indagine effettuata da Pierpaolo Luzzatto Fegiz una media di 39-42% di famiglie urbane soffriva la fame e le persone che si nutrivano in modo insufficiente oscillavano tra i 7 e i 14 milioni.34 Il problema dell’approvvigionamento del cibo diventò quindi sempre più grave, tanto che prosperò un mercato illegale e clandestino di prodotti resi irreperibili dal razionamento. Per tentare di porre un rimedio alla fame di cui sempre di più soffriva la popolazione, soprattutto quella delle città, furono istituiti gli Orti di guerra. Le aree urbane precedentemente destinate a verde pubblico o privato, come parchi, aiuole, campi sportivi, vennero arate e seminate solitamente a cereali. Questa istituzione fu poi enfatizzata per motivi propagandistici e il momento della trebbiatura, che avveniva nelle piazze principali delle città, veniva seguita da cerimonie pubbliche. Anche nel comune di Sasso Marconi vennero organizzati gli orti di guerra: la loro sede il campo sportivo che fu arato e seminato e la vigilanza, qui come in tutta Italia, era stata ordinata dal ministro dell’Interno per evitare «eventuali saccheggiamenti e furti». La guerra, quindi, si faceva pesantemente sentire anche nelle esigenze elementari ed essenziali della vita quotidiana. Alle ristrettezze alimentari, sempre più gravi, si dovevano aggiungere quelle causate dalle requisizioni che lo Stato attuava per affrontare le spese belliche. Con una legge dell’8 maggio 1940 era anche stato istituito l’obbligo di denunciare le cancellate metalliche delle proprietà comunali o di altri enti pubblici perché il regime aveva bisogno di questo metallo. Il 12 gennaio 1942 nel comune di Sasso Marconi erano stati raccolti e consegnati 753 kg di ferro. Oltre a questo metallo durante la guerra furono raccolti rame, zinco, ed ogni tipo di materiale utile alle esigenze belliche, così come era avvenuto per la raccolta delle fedi nuziali dopo le sanzioni comminate all’Italia in seguito all’invasione dell’Etiopia. In quei tempi molti utensili erano di zinco o di rame: i secchi per l’acqua, le pentole, i catini, i paioli di uso quotidiano vennero requisiti con grande disagio per la popolazione.
Io mi ricordo soltanto una cosa un giorno venne a casa mia zia e disse: il Podestà vuole la lana delle pecore, avevano 2 o 3 pecore, si figuri quanta lana potevamo avere. Poi venne il momento che raccoglievano le fedi, il rame, tutto. Quelle cose lì me le ricordo bene, se poi tenevi qualcosa in casa la dovevi tenere nascosta, non avevamo neanche più i secchi da prendere l'acqua, le pentole erano di rame, non c'era mica altro. C'era solo un bidone quello che si usava per portare da mangiare ai maiali, non si poteva mica cucinare dentro a quello.
Vivere durante la guerra significava essere sempre in una situazione di pericolo e dover modificare le proprie abitudini. I bombardamenti aerei mettevano a repentaglio la vita delle persone: le prime bombe alleate colpirono l’Italia con il bombardamento di Torino l’11 giugno 1940, ma fin dal 1938 era stato previsto l’acquisto e la distribuzione, ai soli dipendenti comunali, di maschere antigas.
Il 2 dicembre 1942 Mussolini indicava la necessità che le città venissero sfollate e la popolazione doveva trovare alloggio in luoghi dove, presumibilmente, meno intensi sarebbero stati gli attacchi dell’aviazione alleata, lo sfollamento iniziò subito dopo il discorso del duce al Direttorio del PNF e rappresentò un nuovo gravissimo disagio per la popolazione. All’entrata in guerra, erano stati predisposti i rifugi antiaerei, ma molto spesso, forse anche per la scarsa preparazione con cui l’Italia affrontò la guerra, né lo Stato né le strutture di potere locale erano in grado di garantire una minima rete di rifugi antiaerei, soprattutto fuori dalle città e quindi a dover provvedere, a volte solo sperando che la bomba non cadesse sulla loro casa, altre correndo a rifugiarsi sotto i ponti o sotto gli alberi, dove il rimedio era pari al male. Nei casi più fortunati qualcuno del vicinato, con qualche esperienza in miniera, progettava e partecipava alla costruzione dei rifugi, altre volte erano le grotte naturali ad essere adattate per l'abbisogna, ma, in tutti i casi, la situazione era molto precaria.
Alcuni cittadini del comune di Sasso Marconi arrivano a firmare una petizione in cui chiedevano l'intervento delle autorità per un aiuto, anche minimo, nella sistemazione dei rifugi. A causa dei sempre più frequenti bombardamenti alcune persone che abitavano alla Fontana decisero di adibire a rifugio permanente le grotte naturali che si trovano poco distante da questo piccolo borgo. Qui la vita quotidiana divenne veramente impossibile, si viveva nel fango, esposti all'umidità, in compagnia di parassiti ed altri animali, molte famiglie assieme, sotto la costante minaccia delle bombe e dei tedeschi. Un ulteriore provvedimento preso per limitare i pericoli che le città e i paesi fossero colpiti dalle bombe fu quello dell’oscuramento, cioè l’eliminazione o diminuzione nelle ore serali e notturne delle sorgenti luminose: l’illuminazione pubblica era soppressa, era stato imposto un orario di chiusura anticipata dei locali pubblici, dalle case non doveva filtrare nessuna luce.
Persino i fanali delle biciclette e delle poche automobili che circolavano vennero schermati. Venne poi istituto il coprifuoco cioè la proibizione della circolazione in determinate ore, solitamente della sera e della notte. Una delle caratteristica nuove del secondo conflitto mondiale è quindi il coinvolgimento di tutta la popolazione civile: se durante la prima guerra mondiale solo chi era al fronte e le popolazioni che risiedevano nell’immediato retrofronte vissero e subirono concretamente la violenza del conflitto, ora tutti erano coinvolti e, dopo l’8 settembre con l’occupazione tedesca, la seconda guerra mondale può essere definita appieno guerra totale; un evento in cui la violenza era generalizzata e coinvolgeva tutti. Anche la popolazione era in prima linea, le case non erano più un rifugio sicuro, i soldati occupanti erano dislocati su tutto il territorio del paese e la guerra che combatteva l'aviazione causava morti fra i civili.
Quindi anche soggetti generalmente, fino a quel momento, risparmiati dalla guerra, quali anziani, bambini e donne, erano ora pienamente coinvolti. In questa situazione il ruolo delle donne cambiò, erano loro a dovere gestire la vita ora che gli uomini erano in guerra, sul fronte e, dopo, anche nella Resistenza o che, comunque, dovevano stare nascosti. Il ruolo femminile, da privato, dovette per forza di cose divenire pubblico e non solo per le donne che scelsero di entrare nella Resistenza: bisognava trovare il cibo, proteggere la famiglia, fare fronte alla violenza generalizzata. Molte erano le espressioni di questa violenza che colpivano, uomini e donne, ad esempio i rastrellamenti, i furti. Le donne sentivano ad esempio come particolarmente violenta l’attitudine dei tedeschi a distruggere ciò che non erano in grado di portare con loro, soprattutto gli alimenti, dato che non era comprensibile né giustificabile in nessun modo questo disprezzo per vivande così difficilmente racimolate: se i soldati le avessero prese per mangiare, forse l’azione sarebbe stata vista come meno violenta, giacché la donna che aveva la responsabilità di nutrire i suoi familiari non poteva concepire l’atto di sciupare il cibo. Si ha l’impressione dall’analisi delle testimonianze da me raccolte e dai documenti d’archivio, che il governo della Repubblica di Salò, in questa zona, lasciasse largo spazio ai tedeschi e che, in realtà, il potere fosse detenuto dall’esercito germanico. Le autorità italiane non sembra si impegnassero in alcuna azione di mediazione fra gli occupanti e la popolazione civile.
Le donne dovettero fare fronte anche ad una particolare tipo di violenza, lo stupro. Per molti motivi le donne parlano con difficoltà di violenze sessuali subite: per pudore, per condizionamento sociale, quando però si raccolgono queste testimonianze, è difficile trovare parole adatte per commentarle: i racconti degli stupri, subiti o vissuti come testimone, causano un dolore forte, coinvolgente che soffoca anche chi raccoglie questi ricordi.
Questo atteggiamento non è certamente prerogativa dell’esercito tedesco così si sono comportati i soldati italiani in Jugoslavia, in Albania e in Grecia, ed anche le truppe alleate; basti pensare alla tragedia delle donne del centro e sud d’Italia venute a contatto con le truppe marocchine che combattevano con l’esercito francese di De Gaulle a cui i comandanti avevano promesso, in premio, le donne delle zone conquistate, oppure gli stupri perpetrati dall’esercito Giapponese a Nanchino, dai soldati americani in Inghilterra, Germania e Francia e dei soldati sovietici durante la loro avanzata verso Berlino.
Le violenze sessuali non erano considerati delitti da punire, al processo di Norimberga, ad esempio, non solo nessun imputato fu condannato per stupro, nonostante le numerose prove e nonostante vi fosse l’articolo sei dello statuto del tribunale che dava la facoltà di perseguire condannare le persone che avessero commessi crimini contro l’umanità ma fra questi non vennero comprese le violenze sessuali. Solo nel 1949, nella convenzione di Ginevra venne esplicitamente menzionati gli stupri, intesi ancora come «attacco all’onore» e non come delitto contro la persona:«le donne siano protette in modo particolare contro ogni attacco al loro onore, in particolare contro lo stupro, prostituzione forzata, o qualsiasi forma di assalto indecente».
Nel 1996, infine, gli stupri vennero definiti crimine di guerra. Vi era, poi, anche un altro tipo di violenza, più sottile che aveva il fine di disumanizzare, di ridurre le persone una massa indistinta in totale balia dell’occupante, di creare un clima di terrore, di paralisi totale e di porre gli uomini uno contro l’altro in una lotta per la sopravvivenza come ad esempio succedeva quando veniva impedite le espressioni di cordoglio e di pena per chi veniva rastrellato, catturato o vessato dai soldati.
Quando si impediva di dare sepoltura ai morti, come succedeva per i partigiani. Un’esperienza particolarmente dolorosa vissuta durante la guerra fu quella dello sfollamento, del diventare profughi, lasciare le proprie case e andare a nord quando il fronte si spostava e quindi, dalle colline, verso Bologna: questa umanità colpita, dolente, dovette incamminarsi trascinandosi dietro le poche cose che i tedeschi permettevano loro di portare: un sacchetto di farina, un po’ di riso, un pezzo di pane cotto in fretta e di nascosto.
Null’altro, un po’ di cibo ed i vestiti che avevano addosso, verso una città che molti di loro non avevano mai visto. Durante questo secondo periodo della guerra arrivarono, dalla provincia, in città almeno 70.000 persone quando in una indagine della Prefettura si constatava che, a Bologna, si aveva la disponibilità di 500 letti e 3.000 posti provvisori, la popolazione della città divenne di circa 500.000 abitanti.
Non era facile trovare alloggio in città: chi se lo poteva permettere affittava una casa, chi aveva amici o parenti, poteva contare su di loro per essere ospitati, qualcuno trovò posto al seminario ed anche i portici che conducono alla basilica di San Luca furono adibiti a riparo per i profughi.
La vita in città fu piena di disagi: alloggi che non potevano nemmeno chiamarsi tali, senza servizi igienici, freddi,
umidi in cui si doveva dividere lo spazio con persone sconosciute, poco cibo e una accoglienza non certo favorevole
dei cittadini «Quando si camminava per la strada, che eri vestita come eri vestita... la gente ti schivavano, si
facevano in là».
Queste persone che erano state costrette a lasciare le case erano considerate degli intrusi, poveri, stracciati, pieni
di pidocchi che andarono a turbare l’equilibrio della città e che resero visibile a tutti la guerra e la
tragedia che
si era appena compiuta nelle colline che sovrastano Bologna.