
Maria Serra, a cura dell'Associazione 10 Righe
Chiedo scusa per il mio modo di scrivere, ma 70 anni fa ho fatto le scuole basse, ho studiato in cantina; a scuola ci si andava fino a 10 anni e poi, via a lavorare nei campi da un buio all’altro. Noi avevamo i problemi veri: il freddo, la fame e lavorare fin da piccolissimi; non c’era tempo per pensare. Poi posso dire che siamo stati fortunati; finiti gli stenti abbiamo potuto apprezzare quello che avevamo. I giovani d’oggi potrebbero essere felici. Apparentemente hanno tutto; invece sono molto più tristi di come eravamo alla loro età. Oggi hanno i problemi psicologici; noi che avevamo la “psiche” l’abbiamo scoperto dopo i 50 anni. Forse perché la nostra ignoranza non ci lasciava vedere più in là del naso. Si lavorava tutti in compagnia e si cantava tutto il giorno. Poi arrivò la guerra che cambiò tutto. Per noi montanari che non avevamo mai visto niente al di là dei nostri campi, ogni cosa ci stupiva. Quando vidi il primo tedesco, grande fu la mia meraviglia di scoprire che assomigliava a uno di noi. A scuola la maestra ci spiegava che i nemici erano come bestie feroci. Poi arrivarono i primi bombardamenti e anche quella fu per noi una terribile novità.
Noi abitavamo in località La Provvidenza a poca distanza dalla chiesa di S.Nicolò delle Lagune. Quando ci fu dato l’ordine di sfollare dalle nostre case, era il 12 novembre del 1944, e incominciarono i guai. Tutti andavano via; noi aspettammo a sfollare per ultimi, sperando di restare nascosti. Ma una sera si presentarono davanti alla porta due soldati tedeschi: era buio e pioveva forte. Non vollero sentire ragioni, ci ordinarono di andare via. Attaccammo i buoi al biroccio e caricammo un po’ di roba da mangiare. Avevamo da poco ammazzato il maiale e prendemmo con noi della salsiccia e della coppa; tirammo il collo ad alcune galline e le mettemmo in un sacco. Dovemmo abbandonare tutto il resto. Noi “grandi”, assieme al papà Paolino e alla mamma Teresina, ce la potevamo cavare, ma c’erano le mie tre sorelline piccole (di 9, 7 e 4 anni) e una bimba di cinque mesi, figlia di mia sorella Elsa e di suo marito Ettore Baldazzi. Sotto la pioggia, con freddo e vento, incominciò il nostro calvario.
Durante il viaggio da Lagune verso Montechiaro ci bagnammo come pulcini. La mamma si era caricata sulla spalla il bazel (un bastone ricurvo) con appesa davanti una pentola piena di savor (una marmellata di frutta fatta in casa) e dietro un cesto con le uova. Fatti pochi passi i manici di terracotta della pentola, legati col filo di ferro, si ruppero; così cadde a terra la pentola che fece cadere anche il cesto con le uova facendo un’enorme frittata. E noi incoscienti ci mettemmo a ridere. La piccolina era gelata. A mezzanotte ci fermammo in una stalla, a casa Rossi, dove c’erano anche altri sfollati che ci accolsero. Qui cercammo di scaldarci un po’. Il mattino seguente ci recammo a Casa Preda, dove ci potemmo sistemare un po’ alla meglio nella stalla. Però, che fortuna… dopo qualche giorno arrivarono dei soldati tedeschi che ci portarono via ogni cosa. Senza più niente da mangiare non ci rimaneva che piangere. Avevamo salvato dal sequestro solo i buoi e il biroccio. Con una bicicletta andai a Bologna per vedere se c’era un posto per rifugiarci. Eravamo in undici: papà e mamma, due fratelli, cinque sorelle, il marito di mia sorella, e Marisa la loro bimba. Alla curia mi dissero che potevano ospitarci. Ci consegnarono gentilmente due camere vuote presso il seminario in via dei Mille. Non c’erano né letto, né mobili, né riscaldamento. Il Comune ci diede un tesserino che ci consentiva di prendere una specie di rancio con un pezzo di pane presso le scuole Guinizelli in Sant’Isaia. Cercando di arrangiarci trovammo sotto le macerie un po’ di roba e, soprattutto, una stufa indispensabile per scaldarci. Per procurarci la legna da ardere prendevamo delle traversine della ferrovia, oppure si andava fino a Rastignano a raccogliere i rami nel bosco e, per il ritorno, si caricavano le fascine di legna sul tram, e via, senza pagare. I buoi li avevamo legati nella cantina del seminario, dove c’erano altre bestie, e il biroccio l’avevamo messo sotto il portico. Il letame che raccoglievamo dalle bestie lo portavamo con la carriola sulla Montagnola, dove c’era un enorme letamaio. Assieme a mio fratello Giuseppe andavamo a cercare il fieno per i buoi nei dintorni della città, presso i fienili abbandonati.
Qualche volta ci chiamavano per andare a sgombrare le strade dalle macerie con il biroccio e i buoi. C’erano tanti ragazzi giovani: per noi era tutta un’avventura e ci si divertiva, peccato che avevamo sempre fame. Fu così che un giorno decidemmo di andare a prendere della roba da mangiare a casa del marito di mia sorella, Baldazzi, che abitava a San Lugo di San Leo, perché sapevamo che sotto la cantina erano stati seppelliti dei viveri. Nello stesso nascondiglio era stata seppellita la sua fisarmonica, che lui amava suonare; ci chiedeva se assieme ai cibi fossimo capaci di portargli anche la fisarmonica. Andai presso il comando tedesco a chiedere un lasciapassare per Sasso Marconi e riuscii ad averlo. Poi trovammo in prestito un carretto da spingere a mano, così decidemmo di partire. Era il mese di gennaio del 1945: gran freddo, vestiti alla meglio e la solita implacabile fame. Appena cessato il coprifuoco, il mattino presto partimmo, con un pezzo di pane ciascuno e una mela spingendo il carretto a mano. Eravamo in tre: io, che allora avevo 17 anni, mio fratello Giuseppe 14, e mia sorella Elsa, moglie di Baldazzi, di 22 anni. Quest’ultima lasciava a Bologna, con il resto della famiglia, sua figlia di 7 mesi che ancora allattava. Tutto bene fino a poco prima di arrivare alle Case Mazzetti (vicino alla Rupe di Sasso) dove facemmo una sosta per riposarci e per mangiare un po’ di pane. Non l’avessimo mai fatto! Sentimmo l’esplosione di quattro o cinque cannonate che alzarono attorno a noi una nuvola di polvere e riempirono di terra il carretto. Fuggimmo di corsa per rifugiarci fra le case, ma qui sbucarono fuori dei soldati tedeschi. Ci fecero entrare in una casa, iniziarono a interrogarci ma non ci capivamo. Allora ci fecero salire su una jeep militare per portarci al comando di zona (facendoci così abbandonare il carretto). Il comando non era vicino: scendemmo verso la Fontana, poi in salita lungo la via Rupe per un centinaio di metri; l’auto si fermò davanti a una villa ed entrammo. Qui, con l’aiuto di un interprete, il comandante tedesco ci chiese perché ci trovavamo in quella zona vicino alla prima linea. Noi mostrammo il lasciapassare, ma lui ci disse che quello era valido fino a Sasso Marconi e noi eravamo andati oltre. Spiegammo che a Bologna si pativa il freddo e la fame e che noi volevamo solo andare a recuperare delle coperte e del grano; ma lui non sembrò soddisfatto di quelle giustificazioni e ci disse che ci avrebbero accompagnato al comando generale.Risalimmo sulla jeep, sulla quale erano seduti anche due militari americani che erano stati fatti prigionieri vicino a Vergato. Durante il viaggio un soldato tedesco ci faceva la guardia con il fucile puntato addosso e ci vietava di parlare. […].
Giunti sul ponte del Rio del Diavolo ci ordinò di scendere. Ormai era notte: noi soli al buio in mezzo alla strada, cosa potevamo fare? L’unico luogo nelle vicinanze che conoscevamo era il comando tedesco dove al mattino ci avevano interrogati, e ci incamminammo in quella direzione. La fortuna volle che fosse di guardia lo stesso militare che ci aveva fatto da interprete e capiva l’italiano. Dopo averci dato l’alt, si avvicinò e ci riconobbe. Ci disse di andarci a nascondere più giù, vicino alla strada, in mezzo ai ruderi di una cascina bombardata e di rimanere lì in silenzio in attesa che lui finisse il turno di guardia; poi ci avrebbe accompagnato in un luogo sicuro. Era molto freddo; restammo appoggiati alle pareti cadenti di quella casa, uno addosso all’altro per riscaldarci. […] All’alba uscimmo e, invece d’andare a casa verso Bologna, ci avviammo in direzione delle Case Mazzetti per recuperare il carretto che il giorno prima avevamo lasciato in quel luogo. Qui ci imbattemmo in un altro gruppo di soldati tedeschi, che avevano sulla divisa il distintivo delle SS. Ci portarono in una casa per interrogarci, poi furono abbastanza gentili e ci chiesero se eravamo disposti a lavare un mucchio di camicie e maglie militari sporche. Non potevamo rifiutarci. Terminato il lavoro di lavaggio e risciacquo con l’acqua gelida del pozzo, chiedemmo se potevamo andare a San Lugo di San Leo per prendere della roba da portare alla casa di Bologna. Per ringraziarci del servizio che gli avevamo prestato ci diedero una specie di lasciapassare verso Bologna, e un soldato tedesco ci aiutò a spingere il carretto fino a San Lugo, poi al ritorno ci aiutò a condurre il nostro carico fino alla Porrettana. Avevamo riempito il carretto con grano, mais e avevamo trovato anche la fisarmonica per il marito di mia sorella; il tutto l’avevamo nascosto con delle coperte. Arrivammo a casa a Bologna nel tardo pomeriggio.
Ricorderò sempre la sorpresa di mia mamma che ormai ci credeva morti. Aveva in braccio la bambina e, per l’emozione, quasi la lasciava cadere. Anche i nostri vicini rifugiati nel seminario di via dei Mille vennero a festeggiare il nostro ritorno e a vedere la roba che eravamo riusciti a portare. Una parte andò anche a loro perché erano compaesani sfollati assieme a noi. […]. La fisarmonica che avevamo portato a mio cognato, Ettore Baldazzi, era ancora in buono stato, così lui la suonava e alla sera si facevano delle festicciole e si ballava. C’erano anche tanti giovani sfollati come noi nel seminario, in mezzo a una moltitudine di persone, la maggior parte di Sasso Marconi, Marzabotto, Pontecchio, e anche di Vergato. Il direttore era il parroco di Calvenzano, un buon parroco; ci teneva impegnati organizzando delle recite e spettacoli con i burattini. Quando gli alleati arrivarono a Bologna e venne la liberazione il 21 aprile 1945, che festa!! Tutti fuori per le strade a esultare: i camion e le jeep piene di soldati alleati, mescolati a borghesi e partigiani che festeggiavano la fine della guerra. Era veramente finita!! Tornammo alle nostre case al paese. Ma che miseria! Le abitazioni senza porte né finestre, niente da mangiare, qualcuno moriva per colpa delle mine, e i reduci che tornavano dalla prigionia erano degli scheletri, distrutti fuori e dentro. Con tutto ciò eravamo felici di essere vivi! La nostra generazione ha rifatto l’Italia che era tutta distrutta, e speriamo che la nostra terra non sia mai più sconvolta dalle guerre.