Introduzione

a cura della Prof.ssa Cinzia Venturoli

La chiesa di Colle Ameno

La chiesa di Colle Ameno

Dal 6 ottobre al 23 dicembre 1944 Colle Ameno venne utilizzato come campo di concentramento e smistamento per uomini di età compresa tra i 17 e i 55 anni imprigionati indipendentemente dal loro stato sociale, dal loro credo o militanza politica, che venivano catturati per essere utilizzati come forza lavoro.

Nel campo, perfettamente organizzato, passarono moltissimi prigionieri, anche se non è possibile definirne esattamente il numero.

Questo borgo che era stato fatto costruire nel ‘700 da un nobile bolognese per realizzare una sorta di città ideale, fu quindi teatro di segregazione violenza, uccisioni.

Inserito nel progetto nazista di sfruttare per l’economia di guerra le risorse italiane - uomini, industrie, materie prime e prodotti agricoli - Colle Ameno si inseriva in una rete organizzata per convogliare i rastrellati sia verso la Germania sia verso il fronte e i luoghi in cui vi era bisogno di lavoro per la sussistenza e la condotta della guerra.

Sul territorio dell’Italia settentrionale vi erano per questo motivo piccoli campi, come quello allestito al Ghisiliere, e luoghi più grandi come le Caserme rosse e il campo di Fossoli.

Colle Ameno ha tutte le caratteristiche per essere definito un luogo della memoria, fino ad ora, però, era stato, in un certo senso, coperto da un velo tanto che il ricordo di quegli avvenimenti non aveva trovato una vera e propria rielaborazione nella memoria collettiva: nella complessa dialettica memoria-oblio, Colle Ameno pareva essere confinato soprattutto nelle memorie personali dei protagonisti e delle loro famiglie, di chi era stato testimone o aveva sentito la narrazione dei fatti lì avvenuti, come se le dolorose vicende che vi sono accadute avessero rinchiuso il ricordo nel privato.

Il progetto voluto dall’Amministrazione comunale di Sasso Marconi di dedicare uno spazio al ricordo del campo di Colle Ameno squarcia quindi il velo d’oblio e l’aula della memoria dovrà diventare un luogo in cui ricerca storica, memoria e didattica possano fecondamente interagire ed intrecciarsi.

In passato, la memoria si nutriva di tradizioni orali e di ritualità, trasmesse da generazione a generazione, mentre nel contesto attuale la ricostruzione e la narrazione di memorie tende a interrompersi o a passare attraverso canali diversi: i mass-media sono diventati i principali organizzatori delle identità collettive, ma il contesto scolastico mantiene, nonostante tutto, la sua centralità.

Per questo aver definito lo spazio come aula della memoria vuole sottolineare proprio il suo utilizzo educativo, la responsabilità educativa della memoria, non un museo, se intendiamo un luogo statico e un po’ polveroso, ma un laboratorio didattico ed un luogo vivo, in grado di stimolare domande e di fornire strumenti per rinsaldare la memoria, per aiutare i ragazzi, e non solo loro, a stabilire la connessione tra la propria esistenza e il tessuto collettivo dei processi storici, in cui si trovano a vivere, non un luogo vietato ai maggiorenni, quindi, visto che la conoscenza e la comprensione della storia dovrebbero essere patrimonio comune.

Questa pubblicazione si lega a questo primo momento di vita dell’aula e riporta dapprima la storia di Colle Ameno e, in una seconda parte direttamente legata agli oggetti esposti nell’aula, cerca di proporre alcuni possibili percorsi di contestualizzazione.

Francesca Pellegrini, nel primo capitolo, espone come e da quali idee abbia preso vita il progetto del marchese Filippo Carlo Ghisilieri, giovane nobiluomo bolognese intenzionato a fare di Colle Ameno, il Ghisiliere appunto, una sorta di “città ideale”.

Nel secondo capitolo, invece, si ripercorrono i 75 giorni del campo di Colle Ameno, una storia non semplice da ricostruire: non vi erano registri, o almeno non sono stati ritrovati documenti e quindi le fonti orali sono in questo caso estremamente preziose, visto che sono le voci dei testimoni che ci permettono di seguire il filo degli avvenimenti.

Non molti sono però i protagonisti e gli spettatori di quelle vicende che sono stati rintracciati[1], anche se il campo era sempre piuttosto affollato e i pochi i giorni di permanenza dei prigionieri al suo interno  prima di essere condotti in altri luoghi condizionano i ricordi.

Un nucleo importante di testimonianze, utilizzate anche nella stesura della ricerca, è stato raccolto e videoregistrato da Roberto Greco nell’ambito della lavorazione del documentario legato al progetto dell’aula della memoria.

La seconda parte di questo lavoro è invece più legata all’aula e alla sua funzione didattica e di racconto. In questo luogo sono infatti state poste quattro teche in cui alcuni oggetti fanno da innesco di memoria e, speriamo, da stimolo per l’approfondimento di alcune delle tematiche che si legano, e contestualizzano, Colle Ameno.

Ecco quindi una scheda sulla linea gotica, alcune notizie sul sistema dei campi di lavoro e sulle Caserme rosse di Bologna, sulla vita in guerra e sui momenti successivi il secondo conflitto mondiale quando la pace e la collaborazione fra tutti i Paesi erano viste come il bene più prezioso.

Si è cercato, senza evidentemente pensare di essere esaustivi, di collegare la storia locale alla storia italiana - chiedendo anche ad alcune associazioni che da tempo lavorano sul territorio di dare un loro contributo - provando, in questo gioco di rimandi, a suggerire particolari angoli di visuale o domande nuove sul passato[2], augurandoci che queste poche pagine possano divenire spunto per percorsi e laboratori didattici.

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Note

  1. ^ Essenziale in questo senso il lavoro dell’Anpi di Sasso Marconi e di Carmela Gardini, di Dall'Olio.
  2. ^ D. Gagliani, Microstoria e guerra. in AA. VV., Guerra vissuta. Guerra subita, CLUEB Bologna, 1991, p. 63